Ispirato alla vita di Phineas Taylor Barnum (Hugh Jackman) che nel 1872 creò il circo Greatest Show on Earth, associandosi in un secondo momento con il suo rivale James Anthony Bailey (Zac Efron) per dare vita ad uno spettacolo circense ancor più grandioso.
Non deve stupire troppo il fatto che questo musical sia approdato sulla piattaforma Disney Plus, perché racconta una storia edificante di tenacia, amicizia, amore e redenzione, in cui i rutilanti numeri di ballo e le splendide canzoni prevalgono sull’autenticità storica e psicologica, i freak non sono troppo disturbanti e il lieto fine è garantito. Dunque, se il musical hollywoodiano classico è il vostro genere, non potete perdervi The Greatest Showman, la cui colonna sonora originale è davvero splendida e memorabile, grazie anche alla bravura degli interpreti (tutti gli attori protagonisti interpretano anche le proprie canzoni, tranne Rebecca Ferguson/Jenny Lind che è stata invece doppiata) e alle rutilanti coreografie dei numeri di ballo. Conoscevamo già le doti canore di Hugh Jackman, che in I Miserabili interpretava le canzoni dal vivo di fronte alla macchina da presa, e anche di Zac Efron, che dal suo esordio giovanissimo con High School Musical mostra di aver raggiunto la maturità come cantante e come attore; in questo film scopriamo anche quelle della giovane Zendaya, la Mary Jane dell’ultimo Spider Man, e di Michelle Williams, entrambe affascinanti e bravissime. Bill Condon, regista di film musicali di successo come il live action La Bella e la Bestia e Dreamgirls, collabora qui alla sceneggiatura, frutto di grande esperienza e conoscenza dei meccanismo e dei tempi del genere. The Greatest Showman, come recita una delle canzoni, è davvero “un sogno ad occhi spalancati” che lascia immancabilmente soddisfatti gli appassionati del genere musical. Per quanto mi riguarda poi sto meditando di presentarmi alla recita di Natale a scuola dei bambini a dorso di elefante…
Interpreti: Steve Carell, Anne Hathaway, Dwayne Johnson, Alan Arkin, Terence Stamp, Bill Murray, Patrick Warburton, James Caan
Dove trovarlo: a casa mia, in mezzo ai cartoni animati
Maxwell Smart (Steve Carell) è l’analista più brillante dell’agenzia di spionaggio Control, ma si allena e studia da anni per superare l’esame e diventare agente operativo. Quando però la sede di Control viene attaccata e le identità di tutti gli agenti rese pubbliche, Max e la sua collega 99 (Anne Hathaway), che ha recentemente modificato il suo volto con un intervento di chirurgia plastica, diventano l’unica speranza per sventare il malefico piano dell’organizzazione criminale Kaos.
Get Smart, letteralmente “fatti intelligente”, è la trasposizione cinematografica della serie tv omonima degli anni ‘60, prodotta tra gli altri da Mel Brooks, e ne mantiene l’umorismo semplice e adatto a tutti ma non grossolano. Il film è una parodia riuscita e accessibile ai film di spionaggio e a quelli di 007 in particolare, che offre scene e situazioni davvero divertenti ma che riesce a essere di per sé un film completo e ben riuscito, con qualche caduta di ritmo e qualche stranezza formale che però si fanno presto perdonare. Steve Carell è un ottimo protagonista, tenero e divertente; Anne Hathaway è adatta per il ruolo di spia veterana presuntuosa e saccente che alla fine si innamora della genuinità e dedizione del collega; Dwayne “The Rock” Johnson dà lustro al film con la sua presenza e la sua grande simpatia, dimostrando però di avere anche doti recitative; Terence Stamp un perfetto antagonista megalomane su modello bondiano; Alan Arkin una forza della natura; James Caan spassoso e perfettamente a suo agio nel ruolo del presidente degli Stati Uniti; menzione speciale per Bill Murray, che compare nei panni di… un albero!
Nella vita sono stata davvero molto fortunata a poter sempre condividere la mia grande passione per il cinema con le persone a me care: primo tra tutti mio padre, che mi ha cresciuta ed allevata nel mito di John Wayne, Humphrey Bogart e 007. Fu poi naturale che anche con mio fratello (molto più giovane di me) si instaurasse un legame speciale cementato anche dal cinema: tanti tanti cartoni animati e film per bambini prima (tra i preferiti Toy Story e Small Soldiers), film di scarsa qualità artistica ma di ingenua simpatia poi (tutta la serie degli animali assassini, da Shark Attack al nostrano Tafanos). Quando i miei uscivano la sera, preparavo una spropositata quantità di pop corn con il caramello (in realtà non sono mai riuscita, in tanti anni, a far venire fuori un caramello decente, era più che altro un aggrumato di burro e zucchero, ma a noi piaceva comunque) e ci dedicavamo ad una visione senza commenti allibiti o smorfie di disapprovazione degli adulti. Trovai anche molti cari amici con cui condividere questa passione, e tra questi non posso non ricordare una mia coetanea che fu la mia amica del cuore tra gli otto e i diciotto anni, e che per mia fortuna è tutt’ora una cara amica, anche se da molti anni vive negli Stati Uniti. Lei era molto spesso a casa sola, così per noi era naturale trascorrere i pomeriggi dopo scuola a casa sua, libere di chiacchierare, ascoltare musica e guardare ciò che preferivamo. Mostrandomi tutte le sue videocassette si stupì molto del fatto che io non avessi mai visto Labyrinth, e disse che dovevo vederlo assolutamente. Lo mettemmo su immediatamente e ci divertimmo moltissimo, in effetti è un film fantasy davvero ben fatto e impreziosito dalle bellissime canzoni di David Bowie, che è anche il protagonista. Lo vedemmo insieme molte volte e ci procurammo la colonna sonora: era diventato uno dei nostri classici, uno dei molti film che conoscevamo a memoria e ci divertivamo a citare in ogni occasione. Anni più tardi, con l’arrivo dei dvd, ebbi finalmente la possibilità di vedere questo film in lingua originale. Oggi, che i film sono disponibili in qualunque lingua e con tutti i sottotitoli su internet e su un numero sempre più alto di piattaforme può sembrare strano, ma quando ero giovane non era certo facile procurarsi la versione originale non doppiata di un film. Alcune videoteche ne tenevano una manciata, e bisognava accontentarsi. Oppure comprare in edicola le uscite di vhs allegate ai corsi di lingua inglese (cosa che feci per 2001 – Odissea nello spazio nel pieno della mia fase Kubrick). Quando d’estate io e la mia amica andavamo in vacanza studio in Inghilterra eravamo solite rincasare con un’enorme quantità di videocassette. E, poiché sugli aerei c’erano severissimi limiti di peso per i bagagli, la sera prima della partenza eliminavamo nella vasca da bagno tutti i resti di bagnoschiuma, shampoo e dentifricio per riuscire a portarcele a casa. L’arrivo del dvd fu una vera benedizione: tutti i film in lingua originale e con i sottotitoli… un sogno che diventava realtà! Finalmente potevo vedere Labyrinth con la vera voce di David Bowie. Feci partire il film… e dopo pochi minuti, tornai al menù e cambiai la lingua audio in “italiano”. Fu l’unica volta in tutta la mia vita in cui non riuscii a vedere un film in inglese. Non perché non capissi, per fortuna il mio inglese è sempre stato buono. Ma perchè i due protagonisti, David Bowie e Jennifer Connelly, erano davvero dei cani di attori. Inascoltabili. Lui poi aveva molte altre doti, era un cantante eccezionale, aveva un grande carisma e nel ruolo del re dei goblin Jareth era davvero affascinante e sensuale. Jennifer invece… aveva dei grandi occhioni azzurri… vorrei dire che con il tempo è migliorata (non che potesse peggiorare), ma non credo sia proprio così. In ogni caso il mio sconforto durò poco, perché nei dvd, oltre alla magia delle diverse lingue, c’era un’altra novità meravigliosa per noi cinefili: i contenuti speciali. In questo caso un piccolo documentario sulla realizzazione del film, che mostrava come venivano animati tutti i pupazzi dei goblin e come erano stati realizzati alcuni trucchi. Fu divertentissimo vedere come, nella scena in cui il re dei goblin fa roteare tra le dita delle sfere magiche, in realtà ci fosse un esperto giocoliere nascosto dietro David Bowie che faceva sbucare il suo avambraccio da sotto il suo mantello (ci vollero diversi ciak per non far cadere nemmeno una pallina). Si sa, ancora oggi, chi non può conquistare il pubblico con la recitazione, lo fa con gli effetti speciali…
Interpreti: Robin Williams, Marcia Gay Harden, Raymond Barry, Will Wheaton
Dove trovarlo: Disney Plus
Il professor Philip Brainard (Robin Williams) è un insegnante di scienze del liceo con la testa sempre tra le nuvole, così preso dai suoi calcoli e dai suoi esperimenti che già per due volte si è dimenticato di presentarsi al suo matrimonio con la bella preside Sara (Marcia Gay Harden), che però decide di dargli una terza occasione. Ma, proprio quando l’ora delle nozze è ormai vicina, il professore riesce a creare nel suo laboratorio un fluido antigravità in grado di produrre energia cinetica e far volare oggetti, persone ed automobili. Il professore dovrà ora riconquistare l’amore di Sara e allo stesso tempo difendere la propria scoperta da un uomo d’affari senza scrupoli.
Flubber (questo il nome che il professore dà alla sostanza da lui creata) è il remake del film del 1961 Un Professore tra le Nuvole, che aveva come protagonista il simpatico Fred MacMurray. Molto fedele all’originale ha come punto di forza la qualità degli effetti speciali che vengono utilizzati per umanizzare il fluido Flubber rendendolo non solo senziente (può spaventarsi e soffre il solletico, per esempio) ma addirittura esibizionista, con scene di numeri musicali un po’ troppo lunghe nonostante la colonna sonora di Danny Elfman. Altro punto di forza è naturalmente la simpatia di Robin Williams, perfettamente a suo agio nei panni del professore con la testa tra le nuvole. Molto melensa e fastidiosa invece la presenza del robot-governante innamorato del professore, mentre al contrario il robot da cucina tuttofare è una bella trovata. Per il resto il film si limita a ricalcare l’originale, salvo qualche aggiornamento doveroso (la protagonista femminile, la sempre bravissima Marcia Gay Harden, non è più la segretaria del preside ma è la preside del liceo), e riproporre le stesse gag connesse all’auto volante e alla “rimbalzosità” di Flubber. Al confronto diretto vince senza dubbio il primo film.
Questo è un puzzle casalingo realizzato dai miei bambini. Ok, l’ho fatto io insieme ai miei bambini. Ok, l’ho fatto io per i miei bambini. Volevano un puzzle nuovo e faceva troppo caldo per uscire a comprarlo… Ora avete capito come mai qui su Cine-muffin non trovate mai disegni fatti da me ma solamente locandine oppure foto di muffin. Come potete vedere però, siccome sono ben consapevole del fatto di non essere per niente abile nel disegno, ho trasformato il puzzle in una vignetta divertente. Non è certo un’idea originale, è la lezione che abbiamo imparato dalla serie di film sugli squali assassini Sharknado: se non hai i mezzi per realizzare dei buoni effetti speciali buttala in ridere. E ha funzionato alla grande, visto che il film ha avuto ben cinque seguiti ed è diventato un cult del suo genere! C’è però chi questa lezione proprio non l’ha capita…come ad esempio Shark Invasion!
Sul fondo dell’oceano, nel triangolo delle Bermuda, si trova una stazione sottomarina in cui gli scienziati studiano il comportamento degli squali, che diventano inspiegabilmente aggressivi e attaccano la struttura. Che lo strano comportamento degli squali abbia a che fare con lo strano UFO precipitato in mare?
Innanzitutto mi sono chiesta come mai i titolisti italiani avessero sentito il bisogno di cambiare il titolo del film da Raging Sharks a Shark Invasion, poi mi sono resa conto che in effetti Squali Arrabbiati forse non sarebbe stata una buona scelta… Questo film è in sostanza un compendio di tutte le cose brutte che siamo abituati a vedere nei film del genere “animali assassini”, ma il suo difetto più grosso è appunto quello di cercare di prendersi sul serio, quando solamente una bella glassatura ironica poteva, forse, salvarlo. Segue elenco di tutte le cose brutte del film, che dovrebbe scoraggiare una parte dei possibili spettatori ma incoraggiare invece quelli che, nei film di creature ammazza-uomini, cercano proprio questo. La trama è inverosimile e tira in ballo perfino un materiale sconosciuto proveniente dallo spazio profondo (che naturalmente è di color arancio fluo) che può determinare il comportamento degli squali del nostro pianeta. I personaggi sono superficiali e stereotipati, mentre gli attori che li interpretano sembrano appena arrivati dal set di un film per adulti (quanto trucco serve indossare per lavorare in una stazione sottomarina?) da quanto recitano male. Gli effetti speciali sono al livello di quelli degli sketch di Paperissima di Lorella Cuccarini e Marco Columbro, e quando c’è da mostrare uno squalo o un sottomarino vengono utilizzati a ripetizione sempre gli stessi fotogrammi di repertorio. Gli eventi si evolvono senza avere mai alcuna motivazione scientifica, logica o psicologica: in pratica capitano cose a caso tra un morto e l’altro. Gli squali, forse inconsapevoli di possedere un muso estremamente sensibile, tentano ripetutamente di distruggere la stazione a nasate. Forse è per questo che sono arrabbiati, ed essendo arrabbiati naturalmente ruggiscono (!). L’unica persona che ci ha messo un po’ d’impegno è stato il responsabile del casting, che non so in quale modo è riuscito a coinvolgere in questo pasticcio Corbin Bernsen, che è un attore talentuoso ma soprattutto simpaticissimo. Tuttavia, poiché come ho detto all’inizio questo film è al 100% privo di autoironia, non ha saputo sfruttare per niente la sua presenza, e anzi gli ha affidato il ruolo davvero ingrato del comandante del sottomarino militare che giunge sul posto per le operazioni di salvataggio senza portare nemmeno un salvagente ma solo tanti missili; dunque il comandante si parcheggia nelle vicinanze e inizia a prendere ordini da chiunque, davvero chiunque, dal sedicente ispettore della sicurezza agli scienziati che lavoravano da anni zitti zitti in una struttura non a norma. Pronti a giocare a indovinare chi muore per primo? Sì, ma se non indovini… Non t’arrabbiare!
Ho un rapporto davvero strano con lo scrittore americano Stephen King. Forse tutto deriva dal fatto che il suo nome è ridondante: infatti in greco “stephanos” è “colui che porta la corona, mentre in inglese “king” significa “re”… Insomma, è l’uomo che volle farsi re re.
Come tutti ho visto moltissimi film tratti dalle sue opere, e in generale mi sono piaciuti. Mi è piaciuto molto Il Miglio Verde. Trovo che Misery non deve morire sia un vero capolavoro (e con due protagonisti come Kathy Bates e James Caan come poteva essere diversamente?). It, nonostante la presenza di Tim Curry, non mi ha detto proprio niente (non ho visto la nuova versione però). Ho trovato Cujo un passabile film del genere “animali assassini” che tanto amo. Christine un thriller simpatico con alla base un’idea non nuova ma declinata con originalità (una ragazza gelosa incarnata in un’automobile). Mi piace molto anche The Mist, che ha avuto invece critiche molto negative: al contrario io lo trovo angosciante e inquietante al punto giusto e credo che l’idea che, in caso di situazioni estreme, gli uomini diventino fanatici religiosi e spietati assassini nel giro di pochissimo tempo sia piuttosto realistica. Fin qui ho citato solamente film che ho visto senza leggere il romanzo o il racconto di King su cui sono basati. Vorrei ora parlare invece del libro The Dome, che ho letto e che si sviluppa in modo simile a The Mist: in una situazione estrema (anziché la nebbia popolata di mostri assassini qui è una gigantesca cupola che separa un piccolo paese americano dal resto del mondo) gli esseri umani impiegano pochissimo tempo a divenire eroi se prima erano brave persone oppure spietati assassini se prima erano di dubbia moralità. Anche se si volesse accettare questa resa dicotomica dei caratteri dei protagonisti, la premessa soprannaturale della storia a mio parere doveva restare un mistero: quando l’autore cerca di spiegarla diventa una cosa ridicola e grottesca (e mi domando come sia stato possibile renderla nella serie tv, che non ho visto). E poi, c’è Shining. Shining è senza dubbio il mio film preferito di Kubrick, l’ho visto tantissime volte e ogni volta mi fa paura, lo conosco a memoria e ne amo ogni dettaglio. Ma so che a Stephen King non piaceva perché non era fedele al suo romanzo. Dunque lessi il romanzo con grandissime aspettative e ne rimasi davvero delusa: non era nemmeno lontanamente bello come il film! Certo chiariva molte cose che nel film erano mostrate senza spiegazioni (come gli uomini con maschere da animali o la vecchia nella vasca da bagno), ma non era spaventoso, non aveva suspense e alcune trovate erano perfino ridicole (come le siepi a forma di animali che si animavano). Per chiudere il cerchio vidi anche la versione cinematografica di Shining che King aveva curato personalmente: un vero disastro! Per un film che dovrebbe essere un thriller annoiare o anche far ridere lo spettatore non può che ritenersi una sconfitta… Dunque il successo planetario di Stephen King rimaneva per me un mistero. Ma allora, se non mi sono mai innamorata né dei libri nè dei film, come mai continuo a “sentire” Stephen King? So che deve sembrare una scemenza, ma mi capita molto spesso di associare alle cose che vedo o ai luoghi in cui mi trovo delle sensazioni che ricollego alle atmosfere di King. Capita soprattutto quando sono in montagna, cioè in un ambiente piuttosto simile a quello in cui King vive e ambienta molte delle suo opere: il Maine, con i suoi piccoli paesi spettrali e i suoi fitti boschi nebbiosi. Non è lo stesso Maine solare e bucolico della Signora in Giallo (che stranamente è un’altra parte importantissima della mia formazione personale), questo è certo. Quando mi trovo in montagna, mentre tutti intorno a me si rilassano e si godono la quiete e la natura, io penso a come siano spettrali i paesini, a come siano inquietanti le giornate nebbiose e a cosa si potrebbe nascondere tra gli alberi o sotto le rocce. Sto ancora cercando di risolvere questo mistero, di capire che cosa mi leghi davvero a Stephen King, se amore o odio, se ammirazione o delusione, se curiosità o invidia. Forse ho solamente letto i libri sbagliati, il che è plausibile, data la vastità della sua bibliografia. Ho appena finito di leggere OnWriting – A Memoir of the Craft, il suo saggio parte autobiografia parte manuale di istruzioni per scrittori esordienti, che mi è stato consigliato per diverse ragioni da diverse persone nel corso degli anni. Mi sono finalmente decisa a leggerlo nella speranza che potessero essere le parole stesse dell’autore a svelarmi l’arcano: e forse è stato così. Nell’ultima pagina infatti King conclude così (traduzione mia): “La parte migliore di questo libro è un permesso: tu puoi, tu dovresti, e se sei abbastanza coraggioso da iniziare, tu ce la farai [a diventare uno scrittore]”. Perciò poco importa se spesso non ho capito o non ho apprezzato le sue opere (la mia promessa di recupararne altre resta comunque valida): King si è rivelato un buon mentore per la sua grande consapevolezza di scrittore. Lui sa, perchè così è stato anche per lui, che l’aspirante scrittore deve prima di tutto dare a se stesso (e non cercare di ottenere dagli altri) il permesso di considerarsi uno scrittore. King basa queste riflessioni sulla sua esperienza di autore di racconti e romanzi, ma mi piace pensare che si possano estendere anche a chi ha deciso di riversare la sua energia creativa in un blog, magari un blog sul cinema….
Interpreti: Fred MacMurray, Nancy Olson, Keenan Wynn,
Dove trovarlo: Disney Plus
Ned Brainard (Fred MacMurray) insegna scienze al liceo e sta per sposare finalmente la bellissima segretaria del preside Betsy (Nancy Olson), di cui è molto innamorato ma che ha già lasciato sola all’altare per ben due volte perché troppo distratto dai suoi studi ed esperimenti. Anche il giorno delle nozze, naturalmente, Ned si trova nel suo laboratorio dove ha un’intuizione geniale seguita da una forte esplosione. Quando si riprende è ormai troppo tardi per le nozze ma si rende conto di aver scoperto un fluido, cui dà il nome “Flubber”, che ha l’incredibile proprietà di produrre energia. Ora però dovrà riconquistare la sua fidanzata e proteggere Flubber dalle mire del magnate senza scrupoli Alonzo Hawk (Keenan Wynn).
Tratto dal racconto di Samuel W. Taylor A Situation of Gravity (il titolo si riferisce alla capacità di Flubber di far volare gli oggetti, come ad esempio le automobili), Un Professore tra le Nuvole è il tipico film disneyano per famiglie che, con un esperto regista Disney come Robert Stevenson (suoi Mary Poppins e Pomi d’Ottone e Manici di Scopa, tra gli altri) al volante riesce a divertire grandi e piccini. La capacità “rimbalzosa” di Flubber offre la maggior parte degli spunti comici, ma sono divertentissime le scene con gli ufficiali dell’esercito che cercano di impossessarsi del fluido miracoloso. Alla fine, naturalmente, l’amore e la bontà trionfano e i cattivi vengono puniti; nei panni dello spietato Alonzo Hawk un magistrale Keenan Wynn, il cui personaggio tornerà anche nel divertentissimo Un Maggiolino sempre più Matto, ancora diretto da Stevenson.
Ineccepibili tutti i personaggi secondari, compreso il fedele aiutante canino, dalla governante ai poliziotti, che accompagnano un ottimo Fred MacMurray, ingenuo e divertente. Il film ha avuto un seguito, Professore a tutto Gas, nel 1963 (che purtroppo non è disponibile su Disney Plus) e un remake nel 1997, Flubber, con Robin Williams nel ruolo del professore.
Moonlight è una storia di formazione che ha come protagonista Chiron, un ragazzo di colore che cresce a Miami tra mille difficoltà: la madre con problemi di droga, il padre assente, il bullismo dei compagni di scuola.
Il film di Barry Jenkins è entrato nella storia del cinema, è vero, ma non come avrebbe meritato. Infatti sarà sempre ricordato dai più come “il film che hanno scambiato con La La Land agli Oscar”. Alla cerimonia degli Academy Awards del 2017 infatti i conduttori Warren Beatty e Faye Dunaway ricevettero la busta sbagliata e proclamarono erroneamente il film di Damien Chazelle La La Land vincitore del premio più prestigioso, quello come miglior film. Lo sbaglio tuttavia venne immediatamente chiarito e, nella confusione generale, venne annunciato il vero vincitore: Moonlight di Barry Jenkins. Sarebbe davvero riduttivo però per questo bel film passare alla storia (del cinema, ma non solo) unicamente per questo qui pro quo. Moonlight, prodotto dalla Plan B di Brad Pitt, ha infatti molti meriti, oltre a quello di aver vinto l’Oscar come miglior film: si è aggiudicato altre due statuette, come miglior sceneggiatura non originale (è tratto infatti dall’opera teatrale di Tarell Alvin McCraney In Moonlight Black Boys look Blue) e miglior attore non protagonista per Mahershala Ali (il CottonMouth della serie Marvel Luke Cage), che è il primo attore di religione musulmana ad ottenere questo riconoscimento. E come se non bastasse, Moonlight è il primo film a tematica LGBT e anche il primo film con un cast interamente composto da afroamericani ad ottenere il premio Oscar come miglior film. Sembra di essere finiti nella serie Netflix Hollywood, in cui tutti quelli che davvero se lo meritano, indipendentemente dalla religione, l’età o il colore della pelle, vengono premiati dall’Academy? Non proprio, ma potrebbe essere un buon inizio. Moonlight ha meritato i riconoscimenti non solamente per i suoi intenti, ma anche per la realizzazione, perché il risultato è un film davvero ben fatto, anche se probabilmente non per tutti vista la moltitudine di tematiche difficili che affronta: solitudine, droga, bullismo, razzismo, scoperta dell’identità sessuale, crimine, crescita. Il protagonista del film si chiama Chiron e viene interpretato da tre attori, tutti di grande bravura e di età diverse per mostrare il suo percorso di formazione: Alex Hibbert è Chiron da bambino, Ashton Sanders da adolescente e Trevante Rhodes da adulto. Il film è dunque nettamente suddiviso in tre parti che però raccontano linearmente lo sviluppo fisico ed emotivo di Chiron. L’incipit del film è appesantito dalla scelta del regista di usare le tecniche di ripresa care alla Nouvelle Vague (pochi stacchi di montaggio, inquadrature da strane angolazioni, assenza di alternanza campo/controcampo), ma questa forma rococò si stempera con l’avanzare del minutaggio, quando lo spettatore viene poco a poco catturato dalle vicende di Chiron e si abitua al linguaggio usato per raccontarle. Grande catalizzatore dell’attenzione e dell’empatia, prima ancora del protagonista che all’inizio del film parla ed agisce poco, è lo spacciatore interpretato da Mahershala Ali che diventa per Chiron una figura paterna, tanto che il bambino finirà per seguirne le orme nel tentativo di guadagnare denaro e rispetto. Quella periferia di Miami che il cinema e la tv hanno spesso raccontato in tutta la sua crudezza e violenza viene qui mostrata in modo sincero ma mai iperrealistico, e fa da sfondo al tentativo del giovane protagonista di crescere e sopravvivere tra mille difficoltà e senza aiuto per trovare se stesso prima ancora che il suo posto nel mondo. A questo proposito il film non ha la supponenza di dare risposte, ma si limita ad offrire allo spettatore una storia credibile e coinvolgente per invitarlo a riflettere sui suoi molti aspetti. RaiPlay rende disponibile Moonlight solo per pochi giorni, ma speriamo sia solamente una finta per invogliare gli spettatori a vederlo, perchè è un film troppo bello e necessario per essere ricordato solamente così: “Alla fine aveva vinto La La L’Altro”.
“Oops! I did it again” cantava nel 2004 Britney Spears nella sua tutina attillata color rosso fuoco: non la prima né sicuramente l’ultima sexy marziana che vedremo ma di certo una di quelle che ricordo meglio, mentre faceva innamorare di sé l’astronauta che in segno di amore eterno le consegnava la collana di zaffiro del film Titanic. “Ma pensavo che la vecchia signora l’avesse gettata in fondo all’oceano alla fine!” “Beh, baby, sono andato là sotto e l’ho ripresa!” “Oh, non avresti dovuto!” risponde lei prima di spezzargli il cuore. Già, perché l’errore commesso per la seconda volta da Britney è stato quello di aver illuso un’altra volta un ragazzo innamorato di lei.
Il mio errore invece è stato quello di avere, di nuovo, troppe aspettative per una serie tv che attendevo con trepidazione ma poi non mi è piaciuta. E visto che scrivendo mi sono resa conto che il video di Britney era anche più divertente, non mi resta che proclamare Space Force un’occasione mancata. La serie, composta di 10 episodi e disponibile su Netflix, è stata ideata dallo stesso Steve Carell insieme a Greg Daniels, nome che consideravo una garanzia in quanto già autore di serie tv innegabilmente spassose come I Simpson, The Office (sempre con Carell) e Parks and Recreation. In Space Force Steve Carell interpreta il protagonista, il generale Naird, cui viene assegnato il comando della divisione dell’esercito preposta ai viaggi spaziali. Il presidente degli Stati Uniti (amichevolmente detto POTUS) gli mette fin da subito molta pressione, perché desidera surclassare una volta per tutte i rivali (in questo caso i cinesi) per mezzo della conquista dello spazio, non solo mettendo nuovamente un piede americano sul suolo lunare ma colonizzando il satellite. Ad affiancare Naird, inutile dirlo, una serie di personaggi bizzarri, uno su tutti l’ufficiale scientifico Dr. Mallory, interpretato con gigioneria eccessiva (perfino per una serie comica) da John Malkovich. L’idea è molto semplice ma validissima, nella prima puntata vi sono molti bellissimi spunti comici, tra i personaggi minori troviamo volti noti della serialità divertente come Lisa Kudrow (Friends), Patrick Warburton (Una Serie di Sfortunati Eventi) e Jane Lynch (Glee), insomma c’erano davvero tutte le premesse per un gran divertimento, eppure le risate sono state poche, sommerse dall’imbarazzo per le situazioni eccessive (quelle legate alla moglie del generale che desidera un matrimonio aperto perché invaghita di una delle guardie del carcere femminile, o quella degli animali mandati nello spazio) e una gran quantità di politically incorrect che però, purtroppo, arriva in un momento storico e politico in cui di prendere in giro le spie russe e i cinesi sabotatori spaziali non ha voglia nessuno. Visto il finale aperto (e per nulla simpatico, oso dire) arriverà probabilmente un’altra stagione, e le cose potrebbero cambiare, ma per adesso, anche se lo aspettavo a braccia aperte (dopo la sua performance spassosa in Una Settimana da Dio e Un’Impresa da Dio nei panni di Evan Baxter io guardo sempre a Steve Carell con il sorriso pronto) devo dirmi delusa da Space Force.
Interpreti: George Clooney, Hugh Laurie, Britt Robertson, Raffey Cassidy
Dove trovarlo: Disney Plus
Casey Newton (Britt Robertson) è un’adolescente atipica, con la passione per l’ingegneria e il desiderio irrefrenabile di salvare il mondo intorno a lei dalla catastrofe ecologica. Un giorno si ritrova in possesso di una spilla che ha il potere di mostrare solamente a lei il mondo del futuro. Per saperne di più Casey si reca in un negozio di oggettistica legata alla fantascienza, i cui proprietari si rivelano però dei robot che tentano di ucciderla. Casey viene salvata da un altro robot con sembianze da bambina, Athena (Raffey Cassidy), che le affida il compito di mettersi in contatto con un altro essere umano speciale, Frank Walker (George Clooney) per unire le forze e salvare il mondo.
Tomorrowland non è altro che un colossale spot per i parchi a tema Disney, in particolare per Disney World in Florida, la cui zona dedicata al futuro, Epcot, è senza dubbio stata l’ispirazione per il mondo del futuro del film. Inoltre a Disney World, nel Magic Kingdom, è ancora oggi possibile salire sul Carousel of Progress, giostra ideata dallo stesso Walt Disney, che riflette tutta la sua fiducia e la sua speranza in un futuro di progresso e felicità per il mondo. “There’s a great big beautiful tomorrow / waiting at the end of everyday” recita la colonna sonora del carosello di Walt, e il film si pone l’obiettivo lodevole ma pretenzioso di veicolare questo stesso messaggio. Purtroppo oggi, ancora più che nel 2015, anno di uscita del film, è davvero difficile trasmettere agli spettatori l’entusiasmo di Walt Disney per il futuro, e oltre tutto Brad Bird, regista veterano dell’animazione (suoi Gli Incredibili e Ratatouille e il meraviglioso Il Gigante di Ferro) sceglie un escamotage piuttosto ingenuo, secondo cui la sfiducia del genere umano nella propria capacità di migliorare il futuro sia derivata dagli intenti malvagi di un uomo, Nix (Hugh Laurie, sempre adatto ad interpretare il cattivo), che proietta immagini sconfortanti nella mente delle persone. La trama è già di per sé un po’ confusa, tra viaggi nel tempo, futuri alternativi, robot con sembianze umane e innovazioni tecnologiche di ogni genere, e questo stratagemma autoassolutorio affossa definitivamente l’efficacia della storia. Resta comunque un film d’azione per ragazzi con ottimi effetti speciali, ma la banalità dei personaggi (anche il pur bravo George Clooney non può far nulla per vitalizzare il suo personaggio, il solito burbero solitario che recupera la speranza e torna in azione grazie ad una ragazza piena di sogni), la melensaggine intollerabile (perfino per una disneyana come me) di alcune scene e la lunghezza eccessiva (più di due ore) appesantiscono il film fino ad affossarlo. Per chi però desiderasse approfondire la conoscenza delle idee innovative e feconde di Walt Disney consiglio, sempre su Disney Plus, la serie documentario Imagineering, che racconta di come Walt radunò le menti più brillanti di diversi settori creativi e li incaricò di concretizzare nei suoi parchi a tema la sua personale idea di “mondo del domani”.