Interpreti: Giorgio Pasotti, Claudio Amendola, Roberto Nobile, Robert Palfrader, Gerti Drassi, Aram Kian
Dove trovarlo: RaiPlay
Adamo, violento neofascista affiliato alla malavita, viene condannato ad un periodo di servizi sociali da scontarsi presso la chiesa parrocchiale di un paesino sulle Alpi. Qui verrà accolto dall’amichevole ma severo parroco Ivan, la cui cieca fede in Dio deriva da una lunga serie di traumi psicologici, che lo incaricherà di prendersi cura dell’albero di mele della canonica per poter cucinare uno strudel con le sue mele e guadagnarsi così la redenzione.
Per il suo esordio alla regia l’attore italiano Giorgio Pasotti sceglie allo stesso tempo di andare sul sicuro, dirigendo un remake del film del 2005Le Mele di Adamo del danese Anders Thomas Jensen, e di rischiare, collaborando con Federico Baccomo alla sceneggiatura e riservando per se stesso il ruolo difficilissimo del prete Ivan, nell’originale interpretato con grande efficacia da Mads Mikkelsen. Il risultato comunque è davvero buono: Abbi Fede è un film che, come l’originale, riesce ad alternare con efficacia momenti di umorismo grottesco e momenti di riflessione e introspezione. A differenza del film danese il remake calca un po’ troppo la mano sul melodramma, magari nel tentativo di venire incontro a quello che Pasotti ritiene sia il gusto italico, ma rimane comunque un film godibile, che trasmette un messaggio universale di speranza, comunione e redenzione in modo divertente. Qualche didascalismo eccessivo e qualche movimento di macchina un po’ troppo sbarazzino sono perdonati alla luce delle belle prove degli attori: bravo Pasotti, anche se un po’ ingessato riesce ad essere al contempo tenero e irritante; bravo Claudio Ammendola nei panni dello spietato neofascista che ritrova la retta via; sopra le righe ma necessario e simpatico Roberto Nobile nei panni del dottor Catalano, uomo di scienza sconvolto dai miracoli che la buona volontà può compiere. Recitano bene anche tutti i comprimari e a loro si devono le scene più divertenti (che però, c’è da dire, ricalcano tutte le trovate del film originale, come la scena dei corvi o il Cabernet-sciroppo per la tosse). Abbi Fede mi è piaciuto quasi quanto l’originale, e per essere un esordio alla regia mi sembra un buon risultato; ora mi auguro che Pasotti, alla luce di questo, decida di rimettersi dietro la macchina da presa e magari osare un pochino di più. E in questo caso gli auguro maggior fortuna, visto che, a causa dell’emergenza Covid, Abbi Fede non è potuto uscire nelle sale come previsto (è stato però reso disponibile su RaiPlay).
Interpreti: Kevin Kline, Joan Cusack, Matt Dillon, Peter Selleck, Debbie Reynolds, Bob Newhart
Che vi piaccia oppure no una recensione in rima
Vi consiglio il film di vederlo prima
Per non farvi poi rovinare la visione
Perchè vi ho anticipato ogni battuta del copione.
Una cosa però ve la anticipo, perdonate:
Con questo film vi farete di certo grandi risate,
Che, in mano a chi ha grande intelligenza,
Possono trasmettere un messaggio importante con più potenza.
Questa bellissima storia ha inizio nel paesino di Verdefoglia
Dove di far polemica e litigare mai nessuno ha voglia,
Perchè son sempre tutti felici e sorridenti,
Le donne ben vestite e gli uomini etero e contenti.
Il “j’accuse” all’ignoranza retrograda non è certo vago
Da parte del regista, che si chiama come un famoso mago.
Al momento di scegliere l’attore protagonista
Il bravissimo Kevin Kline è il primo della lista
Che interpreta il compìto professore d’inglese
Che insegna Shakespeare nella scuola del paese.
Howard Brackett, docente amato da tutti
bicicletta e papillon, mai e poi mai parolacce e rutti.
Con la bella professoressa Montgomery lui è fidanzato
Ormai da tre anni, eppure è ancora illibato,
Nonostante la ragazza (Joan Cusack), di lui così invaghita
Di ben trentatré chili per lui sia dimagrita.
Per Barbra Streisand Howard ha una grande passione:
Di tutti i suoi film lui fa collezione.
In In&Out il cinema infatti è davvero importante,
E alla consegna degli Oscar accade un fatto sconcertante.
Glenn Close, elegantissima, sul palcoscenico sale
Strizzando l’occhio al compagno di Attrazione Fatale.
Poi tocca a Whoopi Goldberg fare pubblicità
Al personaggio di Matt Dillon, che la storia cambierà.
Il belloccio Cameron Drake, premiato come miglior attore
Nel suo discorso ringrazia anche quel suo vecchio professore
Che nella sua natia Greenleaf gli insegnò quanto Shakespeare fosse bello.
“Professore straordinario” aggiunge poi “anche se gli piace l’uccello!”.
Che colpo di scena, e in diretta nazionale!
Mettere così in dubbio la sua identità sessuale…
Sconvolto da una simile mancanza di pudore
Howard getta dalla finestra il telecomando del televisore.
Ma fuori da casa sua l’intero paese è già in posa:
“Howard, caro, devi dirci qualcosa?”
Con tutti Howard si schernisce: “Suvvia, è ridicolo!”
Eppure le nozze ora sembrano in pericolo.
Tutti si chiedono: “Sarà vero?” “Che si può fare?”
E intanto il preside (Bob Newhart), nel dubbio, lo vuole licenziare.
Amici, colleghi e studenti lo evitano, e anche io lo farei
per sfuggire alle terribili “microonde gay”!
Un omosessuale in cattedra? Una cosa da pazzi!
Che idee metterà in testa a quei poveri ragazzi?
Ormai “il professore gay” è diventato una celebrità:
Howard sarà in grossi guai se non si sposerà!
Ovunque lui vada, paparazzi da ogni parte:
“Howard, che ne pensa delle lesbiche su Marte?”.
Lo prendono in giro le tv di tutto il mondo
Che gli mandano persino un famoso showman biondo:
Un inedito Tom Selleck per un servizio arriva
Senza i suoi baffoni nè l’auto sportiva.
Ma se al primo incontro Howard sul naso lo ha picchiato,
A quello successivo invece tra i due c’è un bacio appassionato.
Ormai anche Howard è andato in confusione:
Serve una prova definitiva per risolvere la questione.
Il parroco in persona, nel confessionale
Lo incoraggia ad avere con la fidanzata un rapporto sessuale,
Ma qualcosa va storto, Howard non sa più cosa lo aspetta
Non resta che una cosa: l’inequivocabile test dell’audiocassetta!
“I veri uomini non ballano!” è la voce registrata a sentenziare
“Guarda Schwarzenegger, riesce a malapena a camminare!”
Ma Howard si scatena, balla senza freno alla musica disco di Gloria:
“Ecco, sono davvero gay”. Fine della storia.
Ormai il giorno delle nozze è arrivato
E Howard da tutto il paese è sorvegliato.
Tiene tutti a bada la mamma, tuttavia,
Una Debbie Reynolds insuperabile in bravura e simpatia.
Ma alla fine Howard, stanco di mentire
Sceglie la verità: “Sono gay, ve lo devo proprio dire”.
La sposa, sconvolta, si rifugia in un bar scalcinato
Dove cerca di rimorchiare il giornalista ossigenato.
“Mi spiace, sono gay, getta altrove la tua lenza…”
“Ma dove sono?” grida lei “in un film di fantascienza?”
“Possibile che sian tutti gay quelli che ho intorno?”
“Professoressa Montgomery, buongiorno!”
Colpo di scena! È Cameron Drake, il famoso attore
Tornato al suo paese per rimediare all’errore.
Ha mollato la fidanzata top model nel motel a telefonare,
Ma poverina, il telefono con tastiera rotante non lo sa usare!
“Professoressa, lei era già così bella, non doveva dimagrire.
Le ragazze magre, sa, ti fanno impazzire…”
Alla cerimonia dei diplomi di maturità
Certo nessuno si aspetta una simile celebrità.
“Howard è gay, ma è un grande insegnante, io lo so
E per questo la mia statuetta dell’Oscar gli consegnerò!”
Alla fine tutti fanno il tifo per il professore e la sua sincerità
E si dichiarano tutti gay per solidarietà.
La cara mamma di Howard alla fine contenta resta:
Per i suoi cinquant’anni di matrimonio avrà la sua festa.
E scatenandosi con Macho Man tra amici e studenti
Vivranno tutti quanti felici e contenti.
Ne abbiamo viste e sentite delle belle,
quindi il film si merita ben quattro dolci stelle!
Voto: 4 Muffin
Questo era il premio promesso al vincitore di questo quiz, cioè Bobby Han Solo, la recensione in versi scritta da me del film In&Out. Ancora complimenti Bobby, spero vi siate divertiti tutti e che tenterete numerosi di risolvere il prossimo enigma di celluloide!
Love, Death and Robots è una serie prodotta da Netflix formata da 18 cortometraggi molto diversi per stile e genere ma tutti incentrati su una o più tra le tematiche del titolo (Amore, Morte e Robots). I corti sono talmente diversi tra loro che è impossibile definire quali siano i migliori, se non in riferimento ai gusti personali (io ho amato molto il numero 2, il divertente Three Robots, che ha come protagonisti tre simpaticissimi robot che visitano la Terra come turisti dopo che la razza umana si è ormai estinta). Di certo però vederli tutti insieme può risultare piuttosto pesante, e alcuni sono decisamente violenti (Sonnie’s Edge, Sucker of Souls), mentre altri sono ingenui (Lucky 13, Zima Blue) e altri ancora tentano di essere divertenti senza riuscirci (Ice Age, Alternate Histories). Credo però che chi ama i cortometraggi d’animazione (non in stile Pixar però) e i generi fantascientifico e distopico troverà delle belle idee e degli spunti interessanti. Io ho apprezzato l’idea di raggruppare cortometraggi diversi sulla base del tema trattato, tuttavia non posso dirmi trepidante nell’attesa della seconda stagione, già annunciata.
Visto che il precedente post/indovinello a tema cinema è stato apprezzato dai lettori, ho pensato di pubblicarne un altro, leggermente diverso e, com’è logico, un po’ più difficile.
Anche questa volta si tratta di indovinare il titolo di un film, e per farlo avete a disposizione ben 10 indizi.
Per invogliarvi a giocare, metto un premio in palio: se un lettore o una lettrice di Cinemuffin riuscirà ad indovinare il titolo del film in questione io ne pubblicherò la recensione, e la scriverò completamente in versi. Non è proprio come una montagna di gettoni d’oro, ma spero basti!
Buon divertimento!
Il titolo originale (che è uguale a quello italiano) inizia con una vocale
Il protagonista in una scena getta qualcosa dalla finestra
Ha un attore o un’attrice famoso/a in comune con il film Looney Tunes – Back in Action (e non è Bugs Bunny)
Non muore nessuno
Viene spesso citato Shakespeare
Il regista ha un cognome molto corto
Uno dei personaggi in una scena si chiede se non sia finito in un film di fantascienza
Ad un certo punto qualcuno va in chiesa a confessarsi
Nome e cognome dell’attore protagonista iniziano con la stessa lettera
Interpreti: Bill Murray, Scarlett Johansson, Giovanni Ribisi, Anna Faris
Dove trovarlo: Netflix
Bob Harris (Bill Murray), famoso attore americano che sta attraversando la crisi di mezza età si trova a Tokyo per girare la pubblicità di un whiskey quando si imbatte nella giovane e bella Charlotte (Scarlett Johansson), laureata in filosofia ma ancora incerta sul proprio futuro, che il marito fotografo lascia spesso sola in hotel. Tra i due nascerà un legame particolare e profondo.
Secondo lungometraggio di Sofia Coppola, che dimostra da subito di non essere solo la figlia di Francis Ford ma di avere un suo stile personale e una grande abilità nello scegliere e nel dirigere gli attori giusti. Lost in Translation (che si può tradurre con “quel che viene perso nella traduzione”) non è certo un film denso di eventi, anzi, quello che fa è narrare il limbo dell’attesa da due punti di vista diversi ma affini: quello dell’attore di grande successo che vive una crisi personale Bob Harris e quello di Charlotte, giovane laureata in filosofia e neosposina che non sa ancora cosa fare della sua vita e se il matrimonio sia stato la scelta giusta. Bill Murray, che si può pensare stia interpretando se stesso, rende alla perfezione lo sconforto dell’uomo di mezza età che, nonostante la fama e il successo, non sembra inserirsi armonicamente nella sua stessa vita familiare e nel mondo in generale. Scarlett Johansson, di cui la regista è abilissima a sottolineare non solo la grande bellezza ma anche il talento, è perfetta nel ruolo della ragazza che ha smarrito la via ancora prima di trovarla, e anticipa alcune delle caratteristiche che saranno del personaggio di Maria Antonietta interpretato da Kirsten Dunst nel film del 2006 sempre diretto da Sofia Coppola: grande bellezza, un matrimonio precoce, smarrimento e noia (la stessa noia che può diventare pericolosa, come accadrà per i protagonisti di Bling Ring del 2013) . L’alterità della metropoli di Tokyo non fa che esasperare le insicurezze di questi due personaggi, che si incontrano per caso e si sintonizzano l’uno con l’altro nonostante la differenza di età. Ci sono alcune scene davvero divertenti nella parte iniziale, legate alle incomprensioni tra Bob e i suoi ospiti e colleghi giapponesi, ma per il resto il film si distende nel racconto placido ma mai noioso del fortuito incontro tra Bob e Charlotte e di quello che i due condividono nei pochi giorni in cui possono stare insieme. Gli spunti di riflessione, universali ma non banali, non vengono mai sbattuti in faccia allo spettatore ma scaturiscono con naturalezza dalle situazioni e dai dialoghi tra i due protagonisti. Lost in Translation è un film intelligente, tenero e delicato, che intrattiene e fa riflettere senza annoiare, senza drammi e senza pretendere di dare lezioni o risposte, tanto che a noi spettatori non resta che domandarci cosa abbia sussurrato Bob all’orecchio di Charlotte al loro ultimo incontro.
Premessa: io non capisco un bel niente di automobili. Ho preso la patente per pura fortuna e non distinguo una berlina da un camper… Quando mio figlio si è appassionato ai loghi delle case automobilistiche e voleva che identificassi tutte le auto che passavano per strada ho dovuto studiare come neanche per l’esame di Filologia Dantesca… Nonostante questo mi sono appassionata a Top Gear, show britannico trasmesso dalla BBC a partire dal 2002 (esiste anche un format precedente su cui la trasmissione odierna si basa) e in onda ancora oggi, anche se con conduttori diversi. In Italia viene trasmessa, in versione doppiata, nelle ore mattutine da Spike (canale 49). Cosa può mai aver suscitato il mio interesse in una trasmissione completamente incentrata sulle automobili e sui motori? Innanzitutto lo humor britannico che la contraddistingue e la simpatia di quelli che fino al 2015 ne sono stati i conduttori: Jeremy Clarkson, James May e Richard Hammond. Top Gear infatti è un programma di intrattenimento, prima che una rubrica sui motori, e tutti i servizi sono impostati e girati come gag o sketch divertenti, perfettamente comprensibili anche per chi come me non si intende di motori. E non si vedono solamente automobili, ma mezzi motorizzati di ogni genere, dalle moto agli aerei, dai treni a vapore ai carri armati… Ci sono anche le parti che parlano davvero di motori, ma lo fanno sempre con un linguaggio accattivante e accessibile. Sicuramente chi è appassionato di quattro ruote si gode Top Gear ancora più di me, ma io la trovo davvero divertentissima. C’è però una cosa che incontra anche i miei più cari interessi: ogni puntata prevede un ospite famoso che si presti a guidare un’utilitaria sul circuito di Top Gear. Tra questi vi sono personaggi celebri dello sport, della musica, della televisione, ma molto spesso anche del cinema. Faccio solo alcuni nomi che mi vengono in mente: Tom Cruise, Cameron Diaz, Charles Dance, Hugh Jackman, Benedict Cumberbatch, Simon Pegg, Michael Gambon, Helen Mirren, Kristin Scott Thomas, Stephen Fry, Ewan McGregor, Ron Howard… Insomma, quanto basta per far gongolare qualunque cinefilo. È incredibilmente divertente scoprire come Tom Cruise sia davvero un asso al volante, mentre Ron Howard un completo disastro… Naturalmente non si parla solo di automobili, i conduttori discutono con gli ospiti di qualunque argomento, dall’imbarazzo di Hugh Jackman in una sauna giapponese alle peculiari app dello smartphone di Stephen Fry… Goduria assicurata per ogni cinefilo!
Interpreti: Matthew Broderick, Joely Fisher, Rupert Everett
Dove trovarlo: Disney Plus
John Brown è un onesto e ingenuo guardiano notturno che sogna di diventare poliziotto. Il suo sogno si trasforma in realtà nel modo più bizzarro quando, a seguito di un grave incidente, viene selezionato per diventare il primo poliziotto cibernetico del mondo.
Da bambina ero appassionatissima del cartone animato L’Ispettore Gadget, cui questo film si ispira, ma nonostante questo non mi è stato possibile trovare un singolo complimento da fare a questo film. Non che da una produzione Disney come questa, destinata ai bambini, ci si aspetti una trama originale o un sottotesto di qualche tipo, ma anche come semplice film d’avventura scanzonato per bambini Inspector Gadget proprio non è bello. Manca di ritmo, non è mai divertente, i personaggi sono tutti antipatici, è chiassoso ma mai spassoso. Matthew Broderick, che è senza dubbio un attore di talento (anche canoro) e simpatico, qui riesce ad essere due volte insopportabile, nella versione buona e in quella malvagia. Nemmeno il perfido Scolex, interpretato da Rupert Everett, può salvare la situazione, e le strizzate d’occhio al cartoon originale non fanno che sottolineare l’inferiorità del film rispetto ad esso. Unica chicca per cinefili: se ce l’avete fatta a resistere fino ai titoli di coda finali, guardate con attenzione la gag in cui Sikes (Michael G. Hagerty), lo scagnozzo di Scolex, parla dei suoi progressi all’associazione per ex-minions, perchè seduto in prima fila vedrete Richard Kiel in persona, l’attore che ha interpretato il terribile Squalo (in originale “Jaws”) in due film di 007, La Spia che mi amava e Moonraker, alla fine del quale si redime e diventa buono.
Interpreti: Daniel Kaluuya, Allison Williams, Bradley Whitford, Catherine Keener
Dove trovarlo: Netflix
Chris Washington (Daniel Kaluuya), giovane fotografo, viene invitato a trascorrere il weekend nella villa dei ricchi genitori della fidanzata Rose (Allison Williams), dai quali teme di non essere accettato perché di colore. Ma presto scoprirà di avere ben altro di cui preoccuparsi, perché niente è come sembra…
Si è parlato davvero bene di questo film prodotto dalla Blumhouse, girato a basso costo, che parte come un Indovina chi viene a cena per poi trasformarsi poco a poco in un thriller. Ma c’è un problema: se qualcuno, come me, ha visto (magari più di una volta) il film di Spike Jonze del 1999 Essere John Malkovich non potrà che pensare a quello per tutto il tempo, e dunque non solo non si lascerà mai spaventare, ma gli scapperà spesso e volentieri da ridere. Cercherò di non anticipare nulla sulla trama di Get Out, ma riassumerò brevemente quella del film di Jonze, in cui il protagonista (John Cusack) scopre l’esistenza di una setta segreta composta tutta di anziani, i quali periodicamente si servono di un essere umano dalle caratteristiche uniche (come ad esempio John Malkovich, che interpreta se stesso) per poter continuare ad esistere, divenendo immortali, anche se costretti a vivere nei recessi della sua mente e ad assistere passivamente alla sua vita senza poterne avere una propria. Ricorda qualcosa? Certo non si può dire che sia tutto identico tra questi due film appartenenti a generi diversi (Essere John Malkovich, anche se è un film davvero atipico, si categorizza come “commedia”), ma secondo me ci sono delle somiglianze impossibili da ignorare. E anche dal punto di vista formale (la parte onirica dell’ipnosi, le inquadrature molto ravvicinate e con strane angolazioni e soprattutto la telecamera sempre posizionata in un ambiente diverso da quello in cui si svolge l’azione, come a voler sottolineare la finzione di ciò che stiamo vedendo) tutto sembra ricalcare Essere John Malkovich. Il fatto poi che l’attrice Catherine Keener sia protagonista in entrambi i film, beh, mi rende ancora più difficile pensare ad una coincidenza… In conclusione, per me è molto difficile dare un giudizio obiettivo su Scappa – Get Out, ma se Jordan Peele non è mai riuscito a non farmi pensare a Essere John Malkovich allora ritengo che questa volta non abbia fatto tanto bene il suo lavoro.
Ci ho messo un po’ per trovare il nome proprio del gioco di società “Nomi, cose, città”. Dalle mie parti infatti lo chiamavamo “Frutta, città, liquori”, il che è tutto dire… Comunque si tratta di quel semplice giochetto che abbiamo fatto tutti nei pomeriggi di pioggia oppure durante le lezioni più noiose a scuola. Non serve altro che penne, fogli di carta e un modo qualsiasi per selezionare in modo casuale una lettera dell’alfabeto. Nel gioco da tavolo viene fornito un dado apposito, ma in genere ci si limita a scrivere tutte le lettere su un foglio per poi selezionare una dea bendata che ne indichi una con gli occhi chiusi. Una volta che io e mio marito ci siamo trovati senza dado, lui in quattro e quattr’otto ha programmato una app del cellulare apposita… insomma, in qualche modo ci si arrangia sempre. Prima di iniziare naturalmente vanno selezionate le categorie. Si possono usare le più classiche: nomi di città, oggetti, nomi propri di persona, ma ci si può sbizzarrire con la fantasia per creare le più strane. Con i compagni della facoltà di lettere per esempio giocavamo con le categorie “figure retoriche” o “personaggi della Divina Commedia”…
Bisogna poi stabilire il tempo limite, o altrimenti si decide che, quando il primo giocatore termina, si considera conclusa la manche. Non resta che selezionare la lettera e giocare! Al termine di ogni manche si contano i punti (in genere, se due giocatori hanno scritto la stessa parola nella stessa categoria il punteggio è nullo o dimezzato). Non c’è limite al numero di manche che si possono giocare o al numero di categorie o di giocatori… dipende solo da quanto tempo impiega la professoressa a spiegare l’aoristo kappatico o le equazioni differenziali…
Naturalmente, poiché c’è la totale libertà nella scelta delle categorie, in questo gioco i cinefili possono sbizzarrirsi nello scegliere tutte categorie inerenti alla settima arte. Ad esempio, nomi di attori, titoli di film italiani, nomi di personaggi ecc. ecc.
Ecco un esempio di come potrebbe essere una partita di Nomi, cose, città (o se preferite Frutta, città, liquori) tra cinefili:
Lettera
Cognomi di Attori
Titoli di Film
Cognomi di Attrici
Cognomi di Registi
Personaggio di Film Disney
A
Affleck, Ben
Amarcord
Anderson, Gillian
Anderson, Wes
Aurora (La Bella Addormenta nel Bosco)
S
Seagull, Steven
Shining
Streep, Meryl
Soderbergh, Steven
Scar (Il Re Leone)
N
…..
…….
……
……….
……..
E adesso… a voi! Inventate le vostre categorie e… vinca il cinefilo più cinefilo!
Avvertenza: questo sarà un post lungo. Ma Hamilton è un film lungo: 2 ore e 40 minuti. E non è poco, soprattutto perché si tratta di un musical del tutto privo di dialoghi non cantati, come I Miserabili, e proprio come I Miserabili è tutto registrato dal vivo, non in playback come si è sempre fatto per le parti cantate nei film musicali hollywoodiani, e inoltre senza tagli, pause né montaggio. Anche se su Disney Plus è categorizzato come “film” in realtà Hamilton è la registrazione, non in steadycam ma con diverse telecamere che permettono cambi di inquadratura e primi piani dei personaggi proprio come in un film (oltre a notevoli effetti speciali, grazie alla bravura di interpreti e coreografi, come il rewind o il bullett-time), di una messa in scena del 2016 al Richard Rogers Theatre di Broadway. A partire dal 4 luglio, la festa dell’indipendenza degli Stati Uniti, gli abbonati di Disney Plus possono quindi assistere a un vero show di Broadway senza alzarsi dal loro divano. Io non conoscevo nulla di questo spettacolo che negli ultimi anni ha fatto incetta di premi (11 Tony Awards, un Grammy e un Premio Pulitzer), ha avuto tra i suoi spettatori celebrità come Busta Rhymes e Meryl Streep ed è stato messo in scena addirittura alla Casa Bianca (due volte) su insistenza del Presidente Obama e della First Lady Michelle, fino a diventare quasi un manifesto del movimento #BlackLivesMatter che nelle manifestazioni esibisce sugli striscioni versi tratti da Hamilton. Troppo successo per un qualsiasi “musicarello”. Tutto iniziò quando l’attore Lin-Manuel Miranda (che abbiamo conosciuto nei panni del lampionaio Jack in Il Ritorno di Mary Poppins), leggendo la biografia del padre fondatore Alexander Hamilton scritta da Ron Chernow, fu colpito dal fatto che un uomo di così grande cultura, successo e influenza, uno dei fautori dell’indipendenza americana e dei fondatori degli Stati Uniti, fosse un figlio di immigrati (padre scozzese e madre francese). Miranda, la cui famiglia è di origine portoricana, ha sentito l’urgenza di raccontare la storia dell’unico statista, oltre a Benjamin Franklin, tanto importante da comparire su una banconota, quella da dieci dollari, pur non essendo mai stato Presidente. E fin da subito ha sentito che non c’era altro modo per raccontarla se non con la musica, e in particolare con il rap e l’hip-hop. Ed è così che oggi l’abbonato a Disney Plus che spinto dalla curiosità voglia tentare di vedere Hamilton si ritrova nei primi minuti investito da un fiume in piena di parole sincopate che rendono molto difficile cogliere l’ambientazione e la presentazione dei personaggi. Quando poi entrano in scena gli attori che interpretano i Padri Fondatori e che sono tutti di colore, la confusione aumenta. Poi entra in scena il protagonista, Alexander Hamilton, interpretato dallo stesso Miranda: lui conquista tutti i presenti e ammalia tutte le donne con il suo fascino di volitivo diciannovenne. Peccato però che Miranda, senza dubbio autore e paroliere talentuoso, di anni ne abbia quaranta e assomigli ad un pacioso Winnie Pooh. Ma, proprio quando lo spettatore, prima frastornato poi perplesso, sta per cambiare “canale”, avviene la magia: entrano in scena le ragazze. Philippa Soo nel suolo di Eliza Schuyler, la moglie di Hamilton, e Reneé Elise Goldsberry nel ruolo di sua sorella Angelica illuminano immediatamente la scena con le loro voci e i loro personaggi. Le canzoni diventano più familiari, più simili a quelle dei musical cui siamo abituati, e finalmente la storia prende vita, finalmente arriva qualcosa di coinvolgente che permette di accettare tranquillamente tutte le strampalate premesse per godersi la storia e i numerosi e grandiosi talenti in atto. La vicenda è basata sui fatti storici, con alcune piccole deviazioni drammaturgicamente motivate, e così non solo si scoprono moltissime cose sulla nascita di una nazione, ma sorge anche la curiosità di approfondire la conoscenza di quegli eventi, che era proprio l’intento artistico alla base di Hamilton. Certo non si può dire che le oltre due ore e mezza filino via sempre lisce, ci sono momenti di noia e ripetizioni a volte ridondanti, ma anche momenti emozionanti e perfino divertenti (come il ridicolo Re Giorgio III che commenta la ribellione dal suo punto di vista e soprattutto la sfida a colpi di rap tra Hamilton e Thomas Jefferson davanti al Congresso, con tanto di mic-drop finale). Nei giorni successivi alla visione mi sono spesso ritrovata a canticchiare alcune delle canzoni di Eliza, la moglie di Hamilton nonché vera eroina della storia e della Storia. E per chi è sopravvissuto all’intero spettacolo Disney Plus offre anche due speciali sulla realizzazione di Hamilton con interviste ai protagonisti. Concludo con una mia curiosità: mi domando cosa avrebbe pensato di Hamilton Orson Welles, che agli inizi della sua carriera mise in scena con un discreto successo Voodoo Machbeth, una versione della tragedia di Shakespeare trasposta dalla Scozia ad Haiti ed interpretata unicamente da attori di colore.