Madly, Deeply – I Diari di Alan Rickman

Il mio primo vero incontro con Alan Rickman avvenne al cinema, nel lontano 2003, quando uscì in sala la commedia britannica Love, Actually. Certo, avevo già visto l’attore inglese in Die Hard, Robin Hood – Il Principe dei Ladri, e nei primi Harry Potter nel suo ruolo più popolare, il Professor Severus Snape, ma in quella particolare occasione Alan Rickman mi colpì davvero molto per la sua interpretazione sublime in un ruolo non solo molto complesso, ma anche sfaccettato. Il suo personaggio infatti spezzava il cuore della moglie, interpretata da Emma Thompson, ma aveva anche una scena esilarante insieme a Rowan “Mr. Bean” Atkinson: ho ammirato molto la disinvoltura con cui l’attore sapeva passare dal registro drammatico a quello comico, e per la prima volta mi sono appuntata mentalmente quel nome, sicura che mi avrebbe offerto grandissime emozioni in futuro. E così infatti è stato.

Ingiustamente dimenticato in Italia e sulle piattaforme streaming, Galaxy Quest è la parodia meglio riuscita di sempre di Star Trek, pur rimanendo un bel film di per sé, con un cast stellare (e non poteva essere altrimenti!) e  la convivenza, nel personaggio interpretato da Rickman (una non velata parodia del Dottor Spock), dei due registri, comico e tragico: c’è chi ha pianto… e chi mente!

Poi, nel corso degli anni, anche il Professor Piton ha rivelato diverse sfumature, passando dall’arcigno e scontroso al tragico (ma anche al comico: tutti lo ricordiamo vestito come la nonna di Neville Paciock!).

E ancora, seppur in questo caso il ruolo sia stato solamente vocale, la voce del robot Marvin nel film La Guida Galattica per Autostoppisti (nella versione originale, naturalmente) era esattamente come quella che mi ero immaginata leggendo il libro di Douglas Adams! (leggendo e rileggendo…)

Infine, porterò sempre nel cuore la sua interpretazione nel musical Sweeney Todd, diretto da Tim Burton, in cui ricopre il ruolo del malvagio Giudice Turpin e ci permette di gustare anche le sue doti canore, oltre a quelle attoriali, nel suo duetto con Johnny Depp in Pretty Women: indimenticabile.

In questi suoi diari privati, che Alan Rickman ha scritto rigorosamente a mano e illustrato personalmente (alcune delle illustrazioni originali di sua mano sono riportate nel libro), l’attore britannico ci offre riflessioni, commenti, delusioni, gioie, amarezze della vita di attore e regista di teatro e di cinema, a partire dal 1998 e fino all’anno della sua morte, avvenuta nel 2016 a causa di un cancro al pancreas. L’attore ci svela, con lucidità e sincerità, i retroscena di quei mondi che ha abitato con passione e dedizione, le sue riflessioni sull’arte e sulla natura umana, le sue opinioni sulle persone con cui ha condiviso successi e amarezze, il racconto dei suoi progetti dalla nascita alla realizzazione.

Le note di Alan Taylor, che ha trascritto e curato la pubblicazione dei diari di Alan Rickman, permettono al lettore di comprendere meglio il contesto delle affermazioni dell’autore e di interpretare le sigle da lui utilizzate per indicare nomi e titoli.

Inutile dire che gli amanti del cinema troveranno in Madly, Deeply anche diversi aneddoti su attori, attrici, registi e maestranze, anche se Rickman non era interessato ai pettegolezzi; tuttavia non aveva riserve nell’offrire la sua opinione personale sul lavoro dei colleghi con estrema sincerità. Ma questo non dipenda dal fatto che si tratti di un diario privato: l’attrice Emma Thompson, collega e grande amica di Rickman, nella prefazione ci spiega come lui fosse diretto e sincero anche nella vita, per cui non si faceva scrupolo a dire alle persone cosa realmente pensasse di loro.

Inutile elencare le celebrità del mondo del teatro, del cinema e della musica nominate in questi diari, non mi resta che esortare tutti gli appassionati di cinema e di teatro a leggere Madly, Deeply (non mi risulta però che esista, al momento, una traduzione italiana) per scoprire e apprezzare ancora di più il talento, l’integrità, la dedizione e la sagacia di Alan Rickman.

Chiudo con un particolare che mi ha colpito: quando Alan Rickman ha diretto Stanley Tucci nel film Le Regole del Caos, ha riportato nel diario di essere stupito di come l’attore americano non ricordasse mai le sue, poche e brevi, battute, come se non gli importasse molto di recitare. “Ma allora, di che cosa gli importa?” si domanda Rickman nel suo diario. E la risposta ce la dà lo stesso Tucci nel suo libro autobiografico Taste, in cui scrive che, una volta raggiunta la fama, ha iniziato a scegliere i progetti cui prendere parte in base alla qualità del catering sul set e dei ristoranti limitrofi.

In conclusione: per capire davvero come funziona il mondo del cinema, le autobiografie degli attori andrebbero lette tutte quante!

Mythos, Heroes, Troy, Odissey di Stephen Fry

Stephen Fry. Attore inglese, in Italia non conosciuto come in patria, un po’ perchè ha lavorato moltissimo in tv, oltre che al cinema, un po’ a causa del suo humor così smaccatamente british che forse non sempre ottiene grande successo oltremanica.

Scorrendo la sua filmografia il ruolo che ritorna più spesso è “narratore”, e infatti Stephen Fry ha una voce perfetta proprio per raccontare storie. Non per niente è stato scelto come lettore per la serie degli audiobook di Harry Potter in versione originale, e come voce della stessa Guida Galattica per Autostoppisti nel film tratto dai romanzi di Douglas Adams.

Come attore, per me rimarrà sempre indissolubilmente alla figura di Oscar Wilde, che ha interpretato nel 1997 nella biografia dello scrittore irlandese. Una parte piccola ma molto intensa anche in V per Vendetta, a fianco di Natalie Portman. Più recentemente, lo abbiamo visto nel ruolo di Mycroft, il fratello di Sherlock Holmes nel film Gioco di Ombre con Robert Downey Jr. e Jude Law. Ancora più recentemente, nel film Rosso, Bianco e Sangue Blu, è stato scelto addirittura per interpretare il re d’Inghilterra…

Ma la sua apparizione più divertente appartiene sicuramente al programma automobilistico Top Gear: vedere per credere!

Quello che però ho scoperto più recentemente è che Stephen Fry, oltre che attore, doppiatore e regista, è anche scrittore: come potevo non gettarmi a capofitto nella lettura di… beh, qualunque cosa avesse scritto?

Ancora però non sapevo che Stephen avesse affrontato un argomento affascinante e complesso come la mitologia greca in modo così onnicomprensivo, trattandolo in ben 4 volumi: Mythos, Heroes, Troy e Odissey. 

Io però, ancora ignara di ciò, ho iniziato con Odissey, essendo personalmente molto legata alla storia di Ulisse, che Papà Verdurin mi raccontava (non leggeva) spesso quando ero piccola.

Mi sono innamorata del modo in cui Stephen racconta una storia già nota, rendendola scorrevole e accattivante, ma soprattutto divertente. Questo però senza prescindere da un immenso lavoro di studio e documentazione sull’argomento, che prevede lo studio del greco antico e di tutta la saggistica pertinente. Le note a piè di pagina, infatti, sono la parte più interessante, ma anche quella più divertente, perchè l’autore si diverte a nasconderci richiami alla contemporaneità e osservazioni argute.

Terminato Odissey ho recuperato l’ordine cronologico corretto, leggendo Mythos, che racconta della nascita e l’insediamento delle divinità dell’Olimpo, seguito a ruota da Heroes, che narra le gesta degli eroi semidivini come Ercole, e infine Troy, che parla naturalmente della guerra di Troia e dei suoi molti protagonisti.

Un viaggio straordinario, affascinante, arricchente e divertente in quella che perde tutto dello “scolastico” e diventa un piacere e una gioia per la mente.

Consiglio la lettura a chiunque ami la mitologia greca, anche a chi non la conosce bene, perchè Stephen Fry è molto scrupoloso nel raccontare ogni evento, anche i più noti, senza dare mai nulla per scontato; inoltre lo consiglio a chi ama lo humor britannico, perché troverà dialoghi e osservazioni esilaranti; infine lo consiglio a chiunque ami la lettura, perché le pagine scorrono via come una tazza di tè caldo in un pomeriggio invernale.

Se possibile, consiglio la lingua originale, per non perdere nulla della piacevolezza della lingua utilizzata da Stephen Fry.

Ricomincio da Noi

Titolo originale: Finding your Feet

Anno: 2017

Regia: Richard Loncraine

Interpreti: Imelda Staunton, Timothy Spall, Celia Imrie

Dove trovarlo: Amazon Prime

Dopo aver scoperto il marito in flagrante tradimento con la sua migliore amica, Sandra (Imelda Staunton) abbandona il fedifrago, la casa e la sua vita lussuosa per rifugiarsi dalla sorella Bif (Celia Imrie). Bif la accoglie con affetto ma presto i caratteri opposti delle sorelle porteranno all’attrito tra le due: se Sandra è composta, seria e posata, Bif al contrario è esuberante, disordinata e passionale. Per aiutare Sandra, Bif la coinvolge suo malgrado in un corso di ballo. Inizialmente Sandra sembra rifiutare ogni aspetto della vita della sorella, dalla marijuana alle sue frequentazioni, poi, poco alla volta, si lascia travolgere dalla sua energia e dal suo amore per la vita, fino a riscoprire se stessa, attraverso la danza (in cui eccelleva da bambina) e anche grazie a un sentimento inaspettato che la legherà sempre di più allo scapestrato (ma solo in apparenza) Charlie (Timothy Spall).

La storia del cinema in generale, e quella del cinema inglese in particolare, trabocca di storie in cui i personaggi, dopo una crisi esistenziale ed emotiva, ritrovano se stessi e la gioia di vivere grazie all’espressione, spesso artistica, della loro personalità più autentica. Succede ad esempio in Billy Elliot, Full Monty, Calendar Girls, tutte ottime commedie di formazione. Ricomincio da Noi appartiene allo stesso filone, sebbene sia un film dolceamaro che alterna momenti comici a momenti drammatici senza far prevalere nessuno dei due toni, anche se, forse proprio per questo suo essere ibrido, risulta meno riuscito degli altri che ho portato ad esempio. La forza del film quindi non si trova nella trama, piuttosto convenzionale, e nemmeno nei personaggi, che sono i caratteri tipici del genere, ma nel talento degli attori che, pur imbrigliati in questa struttura consolidata che non si prende alcun rischio riescono a restituire dei personaggi che, se non a tuttotondo, diventano delle figure aggettanti cui ci si affeziona e di cui si seguono con piacere le vicissitudini. Se il contrasto tra Imelda Staunton e Celia Imrie è il cuore della storia, il vero elemento d’interesse è il personaggio di Charlie, interpretato con spigliata dolcezza da Timothy Spall. Una curiosità: anche se non recitavano insieme, Imelda Staunton e Timothy Spall hanno preso entrambi parte alla saga di Harry Potter interpretando due personaggi spiacevoli, la tirannica preside Dolores Umbridge e il traditore Codaliscia. Consigliato a chi ha un debole per gli attori inglesi, per i film in cui si balla, per chi ama le storie leggere di riscatto personale, per chi vuole godersi un gruppetto di attempati ballerini inglesi che se la spassa per le strade di Roma.

Voto: 3 Muffin

Moonwalkers

Anno: 2015

Regia: Antoine Bardou-Jacquet

Interpreti: Ron Perlman, Rupert Grint, Robert Sheehan

Dove trovarlo: Amazon Prime Video

Siamo alla fine degli anni ‘60, è ormai questione di giorni prima che l’Unione Sovietica riesca ad approntare la sua missione spaziale per la Luna. Naturalmente anche gli Stati Uniti stanno preparando una missione simile, ma poiché sono in gioco il prestigio internazionale e il dominio economico e politico globale non si possono correre rischi. Ecco perché la CIA incarica un suo membro fidatissimo, l’agente Kidman (Ron Perlman), di rintracciare il famoso regista Stanley Kubrick e convincerlo a girare, in totale segretezza, uno sbarco lunare americano fasullo da esibire in caso la vera missione spaziale dovesse fallire. Kidman parte per l’Inghilterra, dove deve incontrare l’agente di Kubrick ma per una serie di casualità si trova invece davanti Jonny, agente pasticcione di una band sconosciuta, il quale, tentato dalla cospicua somma di denaro promessa, decide di far spacciare il suo scapestrato coinquilino Leon (Robert Sheehan) per Stanley Kubrick per intascare il denaro e poi scomparire. Una volta capito il raggiro, Kidman ritrova i due impostori ma non ha altra scelta che collaborare con loro per girare il falso allunaggio prima che sia troppo tardi…

L’idea di partenza del film è molto accattivante e ricca di spunti, a partire dalla sigla animata che ricorda moltissimo quelle realizzate da Terry Gilliam per il Flying Circus e i film dei Monty Python, ma purtroppo non è stata sfruttata al meglio dal regista Antoine Bardou-Jacquet, privo di esperienza cinematografica se non si contano una manciata di video e di spot. Peccato perché la vicenda di per sè è già esilarante, solamente leggendo la sinossi della trama io ero già divertita, eppure il film manca del tutto di ritmo e di coerenza di tono, passando dalla commedia all’action violento alla farsa, inserendo sequenze immotivatamente lunghe di scontri fisici truculenti tra Kidman (affetto da disturbi post traumatici molto gravi) e scagnozzi di varia provenienza oppure di persone con i sensi ottenebrati dalla droga che si lasciano andare completamente a follie di varia natura. Tolte queste, il film sarebbe molto divertente, ricco di situazioni surreali ma buffe e sorretto da bravi attori. Ron Perlman, nonostante il ruolo strambo e le allucinazioni che offuscano spesso il giudizio del suo tosto personaggio (permettendo così alla vicenda di svilupparsi in qualche modo), è una garanzia di qualità, e Rupert Grint (a tutti noto come il Ron Weasley della saga di Harry Potter) è perfetto per il ruolo dell’opportunista imbranato ma pieno di risorse. Non mi sento di consigliarlo a cuore aperto per via dei suoi molti difetti, ma resta un film godibile in alcune parti con un’idea di fondo davvero buona, che poteva certamente essere sfruttata meglio. Peccato anche aver dato poco risalto a tutto l’aspetto metacinematografico della vicenda, che avrebbe meritato meno derive lisergiche e una migliore sceneggiatura. Non ho capito come mai tutta l’azione fosse ambientata in Inghilterra ma, da brava anglofila, l’ho apprezzato molto.

Voto: 2 Muffin

Stanley Kubrick, Ron Weasley e Rambo entrano in un pub…

Guns Akimbo

Anno: 2019

Regia: Jason Lei Howden

Interpreti: Daniel Radcliffe, Samara Weaving

Dove trovarlo: Amazon Prime

Miles è uno sviluppatore di videogiochi solitario che passa la maggior parte del suo tempo incollato allo schermo del computer o dello Smartphone. Un giorno si imbatte casualmente in Skizm, un sito internet che trasmette a pagamento violenti scontri mortali, e colpito dalla sua immoralità ricopre di insulti telematici il suo gestore. Quest’ultimo però lo rintraccia e dopo avergli inchiodato due pistole alle mani lo costringe a scontrarsi con Nik, la più abile assassina di Skizm.

Guns Akimbo è un film di puro intrattenimento, molto violento ma a tratti divertente, che pur non partendo da uno spunto particolarmente originale (la trama è praticamente identica a quella di Death Race, che però è fatto molto meglio sotto ogni punto di vista, e lo stesso vale per la generica denuncia della crescente morbosità e amoralità del pubblico televisivo o di internet). L’ex Harry Potter Daniel Radcliffe se la cava senza lode né infamia, così come il resto del cast, la sceneggiatura non offre grandi sorprese e non è certo di solida roccia, ma per passare un paio d’ore tra pallottole, schizzi di sangue e qualche risata il film va più che bene. La scena più divertente, anche se piuttosto forzata, è quella dell’incontro col barbone cui Miles chiede se può cortesemente infilargli i pantaloni.

Voto: 2 Muffin