100 di questi Muffin!

Ed ecco che, senza nemmeno accorgermene, sono arrivata all’articolo numero 100 di questo blog! Questa esperienza, per me del tutto nuova, mi piace moltissimo, perché mi permette non solo di esprimermi ma anche di imparare molte cose nuove e soprattutto di divertirmi un sacco. Ecco perché non ho alcuna intenzione di smettere, e anzi voglio cercare di dare qualcosa di nuovo ai lettori di Cine-muffin.

Il logo di 007

Ma non dimentichiamo che il post di oggi è una tappa importante, e per festeggiare vi voglio portare tutti in un posto meraviglioso: la Giamaica!

Siamo all’aeroporto di Boscobel, a nord dell’isola. La hostess Marguerite LeWars, eletta Miss Giamaica pochi mesi prima, oggi non è in servizio. Sta scattando delle fotografie ad un uomo alto ed elegante, ma poiché non sa usare la macchina fotografica le servono diversi tentativi e l’uomo elegante deve mettersi in posa svariate volte, ma la cosa non sembra innervosirlo. Ad un certo punto qualcuno grida: “Cut!”. Quel qualcuno è il regista inglese Terence Young. L’uomo elegante è Sean Connery. Sono le ore 12.00 del 16 gennaio 1962: la prima scena (che in realtà nel copione è la numero 39) del film Dr. No (Licenza di Uccidere) è appena stata completata: è nato James Bond

L’arrivo all’aeroporto di 007

Quell’aeroporto oggi si chiama Ian Fleming, in onore dell’autore dei romanzi da cui i primi film di 007 sono tratti. Dr. No non è il primo libro della serie, ma viene scelto dai produttori, Albert  (detto “Cubby”) Broccoli e Harry Saltzman, che hanno acquistato i diritti di tutti i libri della saga (tranne quelli di Casino Royale del 1952, il primo in cui compare il personaggio di James Bond), perché ritenuto quello stilisticamente più semplice da realizzare. Nel 1962, quando tutto ha inizio, ancora nessuno sa che il personaggio di James Bond diventerà un’icona del cinema mondiale, comparirà in 24 film della saga ufficiale (con il venticinquesimo, No Time to Die, in arrivo ad aprile) e verrà interpretato da sei attori diversi (Sean Connery, George Lazenby, Roger Moore, Timothy Dalton, Pierce Brosnan e Daniel Craig). Il regista del primo film, Terence Young, ne dirigerà altri due (Dalla Russia con Amore e Thunderball – Operazione Tuono). Alcuni personaggi di Dr. No, come il capo di Bond, M (Bernard Lee), la sua segretaria Miss Moneypenny (Lois Maxwell, la quale aveva rifiutato la parte di Sylvia Trench) e l’agente della CIA Felix Leiter (Jack Lord) diverranno colonne portanti della serie cinematografica. Il protagonista Sean Connery, per molti il solo e unico James Bond, ha dato vita ad un mito inossidabile: tornerà infatti a vestire i panni di 007 in altre cinque pellicole della saga ufficiale (e in Mai Dire Mai nel 1983). Terence Young aveva già diretto Connery in Il Bandito dell’Epiro nel 1957, ma prima di lui la produzione valutò altri interpreti per il ruolo di 007: Albert R. Broccoli voleva Cary Grant, che era stato suo testimone di nozze, ma si rese conto che Grant non avrebbe interpretato il personaggio di Bond per più di un film; Roger Moore, altro candidato, era impegnato a girare la serie tv Il Santo. Sean Connery, che dalla natia Edimburgo era arrivato a Londra per partecipare alle selezioni di Mr. Universo nel 1953 (ottenendo, in rappresentanza della Scozia, il terzo posto) aveva già recitato molto in teatro ma non era ancora famoso. Broccoli, che conosceva Connery di persona perché Lana Turner (sua collega sul set del film del 1958 Estasi d’Amore) li aveva presentati, desiderava però vederlo all’opera prima di offrirgli il ruolo, e si recò al cinema con la moglie Dana per vedere il suo ultimo film, Darby O’Gill e il Re dei Folletti, che per l’attore scozzese si rivelò ben più proficuo di una pentola d’oro…

Sean Connery in Darby O’Gill e il Re dei Folletti di Robert Stevenson

Ma torniamo nei Caraibi.

Quando la troupe cinematografica arriva in Giamaica Ian Fleming è già sul posto, nella sua villa Goldeneye, sulla costa nord dell’isola. Qui lo scrittore lavora a pieno regime (in quel momento sta scrivendo Al Servizio Segreto di sua Maestà), concedendosi però ogni mattina il tempo per le immersioni e la pesca. Ha modellato il suo personaggio più famoso su se stesso: come lui, anche James Bond è un capitano della Royal Navy, una spia e un amante delle belle donne. Non è un caso se Fleming, che visita spesso i set giamaicani di Dr. No, ha una grande intesa con il regista inglese Terence Young, anche lui molto simile al personaggio di James Bond: elegante, affascinante, sicuro di sé. Il personaggio di 007 infatti nasce dall’incontro tra le descrizioni di Fleming e l’influenza di Young, che plasma a sua immagine il giovanissimo ma talentuoso Sean Connery, insegnandogli a muoversi e parlare come lui, portandolo addirittura dal suo stesso barbiere e dal suo sarto, Anthony Sinclair, il quale realizza per 007 abiti su misura che, anche se bistrattati, mantengono sempre un aspetto impeccabile; Young ordina a Sean Connery di indossare i vestiti nuovi per abituarcisi, senza toglierli mai nemmeno di notte; l’attore obbedisce e con sua sorpresa scopre come gli abiti di ottima fattura siano più comodi di un pigiama. La Turnbull&Asser da cui Young si fa realizzare le camicie crea per James Bond dei modelli eleganti con doppi bottoni ma senza gemelli, affinché le possa mettere e togliere più velocemente davanti alla macchina da presa. Perché sappiamo che l’agente doppio zero (che significa “con licenza di uccidere”) dell’MI6, se incontra una bella donna, si spoglia volentieri…

A volte, tuttavia, la donna non ha bisogno di spogliarsi, come nel caso di Ursula Andress, che fa la sua prima, divenuta iconica, apparizione come Bond-girl nei più che succinti panni di un bikini bianco (disegnato da lei stessa insieme all’amica Tessa Prendergast, che diventerà costumista del film). Riguardo a quella famosissima scena Ursula Andress, allora ancora sconosciuta al grande pubblico, parla di fortuna: “Io me ne stavo semplicemente lì in piedi con una conchiglia in mano, non ho fatto nulla! Non so come mai sia piaciuta così tanto…” E forse la fortuna c’entra davvero, perché le riprese in Giamaica furono fisicamente molto impegnative, e solo una donna atletica come la campionessa di nuoto Ursula poteva sostenerle (immergersi nell’acqua gelida di un torrente, correre sulla sabbia, saltare): la scelta della sconosciuta ma splendida moglie dell’attore John Derek si rivela davvero fortunata. Scelta per il ruolo di Honey Ryder appena due settimane prima dell’inizio delle riprese senza nemmeno un provino (fu sufficiente una sua fotografia con indosso una maglietta bagnata mentre si trovava in vacanza in Grecia), Ursula arriva in Giamaica con la pelle bianca come il latte, e per la famosa scena del bikini, per cui doveva sembrare un’abitante del luogo, il truccatore John O’Gorman (uomo che in molti definirebbero fortunato per questo) deve verniciarle la pelle dalla testa ai piedi. Ursula racconta che durante questa meticolosa operazione almeno una ventina di ragazzi, con la scusa di portare la colazione, entrarono nella stanza… O’Gorman interviene nuovamente quando l’attrice si ferisce con dei coralli, applicando altro trucco sulla gamba. Nonostante questo, la scena, girata l’8 Febbraio, di Ursula Andress che emerge dal mare cantando Underneath the Mango Tree è entrata nella storia del cinema. Nel romanzo, cui il film è sempre molto fedele, Fleming paragonava Honey Ryder che usciva dall’acqua alla Venere di Botticelli. Evidentemente l’attrice svizzera non deluse le sue aspettative: lo scrittore fu così colpito da Ursula che dette il suo nome ad un personaggio del romanzo che stava scrivendo in quel momento, Al Servizio Segreto di sua Maestà. La Andress ricorda come, nei giorni precedenti a quella ripresa, lei e Sean Connery si rubassero a vicenda l’unico giradischi disponibile per imparare la canzone scritta da Monty Norman, anche se l’attrice per la versione finale del film venne poi doppiata (da Monica Van Der Syl per i dialoghi e da Diana Coupland, moglie di Norman, per la canzone) a causa del suo spiccato accento tedesco. E pensare che l’attrice inizialmente non voleva accettare la parte: ci pensò l’amico Kirk Douglas a convincerla di essere perfetta per il ruolo di Honey!

Ursula Andress alla sua prima apparizione come Honey Ryder

Grazie al suo cocktail di azione, umorismo e avvenenza, così come era accaduto per i romanzi di Fleming, il personaggio di Bond ha da subito un gran successo anche al cinema, tanto che il presidente Kennedy fa proiettare Dr. No alla Casa Bianca. Il film, prodotto dalla EON di Albert R. Broccoli e Harry Saltzman e dalla United Artists, recupera molto velocemente il suo costo di un milione e 200.000 dollari, a beneficio di tutti meno che del regista Terence Young, che non accetterà mai l’offerta dei produttori di una percentuale sugli incassi poiché preferisce il pagamento anticipato. Il regista infatti amava trattarsi bene ed era molto generoso anche con i suoi amici e, mentre si girava, con tutti i membri della troupe, offrendo cene a base di aragoste e Champagne per tutti. Spesso Young riusciva a spendere per intero la sua paga prima ancora dell’inizio delle riprese, ma questo non gli impediva di creare sempre un’atmosfera serena e familiare sul set e di stringere strette amicizie con i suoi collaboratori, con cui rimane in contatto anche a film ultimato, e si serve in più occasioni dei medesimi attori: infatti, oltre a Sean Connery, Young aveva già diretto anche Lois Maxwell (Miss Moneypenny) e Anthony Dawson (Professor Dent). Inoltre conosceva Timothy Moxon (Professor Strangways), che ha l’onore di essere la prima vittima in assoluto in un film di James Bond. Moxon, attore inglese trasferitosi in Giamaica dove pilotava aerei per l’irrigazione, si divertì molto a recitare In Dr. No (tra l’altro uno dei tre uomini ciechi dell’incipit del film era il suo dentista) e in seguito chiese a Young se poteva partecipare ad un altro film della serie. Il regista però gli rispose che nei film di Bond, una volta morto, non torni più. Questo è quasi sempre vero, ma, più avanti nel tempo, vedremo che possono esserci eccezioni per alcuni attori… o almeno per alcune parti di essi

Tre Topolini Ciechi

La Giamaica si rivela una location perfetta per il primo film di Bond: gli abitanti del luogo sono entusiasti per la presenza della troupe cinematografica e i talenti locali collaborano alla realizzazione del film. Molti attori per i ruoli minori vengono scelti sul posto e il compositore Monty Norman collabora con i musicisti locali Byron Lee and the Dragonaires per la realizzazione della colonna sonora. Lo stesso Fleming, che conosce profondamente l’isola, propone come location manager l’amico Chris Blackwell, fondatore della casa discografica Island Records, che diventerà poi quella di Bob Marley. L’isola caraibica si rivela però anche un ambiente inospitale e la produzione viene ostacolata da forti temporali. L’art director Syd Cain, alla guida del macchinario utilizzato per il “drago” (una specie di trattore), affonda nella palude e ne riemerge coperto di sanguisughe. Sean Connery e Ursula Andress rischiano il congelamento immergendosi nel torrente gelato. La troupe accoglie quindi con sentimenti contrastanti il rientro, che avviene il 23 febbraio del 1962, con molte scene rimaste incompiute a causa del maltempo. Tuttavia, mentre tutti si abbronzavano sulle bianche spiagge della Giamaica, un uomo era rimasto in Inghilterra per costruire ben sei diversi set negli studi Pinewood: lo scenografo Ken Adam. Nonostante la lontananza dal resto della troupe, Adam ha incamerato perfettamente lo spirito ironico di Terence Young, che poi era anche quello dei romanzi di Fleming, creando questi set esagerati, ironici, che rappresentano una “realtà amplificata” e che da quel momento caratterizzeranno l’intera serie. Per fare ciò tuttavia lo scenografo ha a disposizione un budget di appena 20.000 sterline, ed è costretto ad usare plastica e cartapesta per realizzare lo studio di M (Bernard Lee). È di Ken Adam naturalmente il set del casinò Le Cercle – Les Ambassadeurs, ispirato ad una vera casa da gioco londinese di cui riprende lo stile decorativo alla francese, in cui appare per la prima volta in assoluto il personaggio di James Bond. la scena venne girata la mattina del 2 Marzo 1962. Per l’occasione Sean Connery indossa uno smoking di Anthony Sinclar con papillon. Young sceglie di presentare Bond parodiando l’entrata in scena dell’attore Paul Muni nel celebre film del 1939 Il Conquistatore del Messico, in cui il regista William Dieterle inquadra il protagonista di spalle per cinque lunghissimi minuti prima di mostrare il suo viso. Prima di mostrare il volto di Connery Young lo inquadra di spalle, poi mostra la sua mano mentre raccoglie le fish (naturalmente sta vincendo), il portasigarette, l’accendino (a benzina, non a gas), poi Eunice Gayson nel ruolo di Sylvia Trench (la prima Bond-girl in assoluto, che tornerà anche in Dalla Russia con Amore) che chiede: “A chi devo intestare l’assegno?” e finalmente vediamo il viso di 007, che mentre si accende una sigaretta si presenta per la prima volta come “Bond” – chiude l’accendino – “James Bond”. 

Bond, James Bond

L’intera scena ottiene proprio l’effetto comico che Young riteneva indispensabile nel film per stemperare la violenza ed aggirare i problemi di censura. L’ironia, da quel momento in poi sarà il marchio distintivo della serie, viene disseminata in tutto il copione dal regista e da Sean Connery stesso con quelle che diventeranno le tipiche battutine secche e cupe alla Bond. La sceneggiatura, basata sul romanzo di Fleming, dell’americano Richard Maibaum viene poi “inglesizzata” da Joanne Harwood. Terence Young scrive pochissime note sui copioni degli attori (e sul suo personale) perché preferisce dare loro indicazioni sul momento, in base all’impatto visivo delle scene, senza mai preparare le scene in anticipo; inoltre si intende molto di montaggio, perciò sa sempre interrompere una ripresa nel momento giusto e non chiede mai agli attori di fare tante prove. Alla sera non lavora mai, preferisce offrire alla troupe e agli amici fastose cene annaffiate generosamente di Champagne. Dom Perignon, naturalmente.

Il personaggio di James Bond è stato presentato con le caratteristiche e gli accessori che nei decenni successivi il pubblico imparerà a conoscere ed amare: gli abiti di ottima fattura, l’amore per le donne e per il Dom Perignon, preferibilmente del ‘53, la licenza di uccidere che non esita ad usare, l’umorismo tagliente, il Vodka Martini Dry mescolato non agitato, la pistola Walther PPK che a inizio film il suo capo M (Bernard Lee) gli impone al posto della Beretta calibro 25 che utilizzava in precedenza, considerata “un’arma da donna”. Questo fortunato cambio di arma si deve all’intervento di Geoffrey Boothroyd, un amico di Ian Fleming (ma anche un personaggio del romanzo e del film, interpretato da Peter Burton) appassionato di armi, che dopo aver letto il libro aveva scritto a Fleming per fargli notare che la Beretta usata da Bond nel film era un’arma del tutto inadeguata. Anche la fondina scamosciata, facilmente nascosta dall’abito ma in cui la pistola si può impigliare, viene sostituita con un altro modello più rigido; conseguentemente la linea degli abiti viene modificata da Anthony Sinclair in modo da nascondere l’arma. 

Dopo l’iconica l’entrata in scena di Bond al casinò è il momento per la troupe di spostarsi su un altro dei set di Ken Adam, quello in cui il Dr. No (che ancora non compare ma di cui si sente la voce) incarica il Professor Dent di uccidere 007 utilizzando una tarantola velenosa. La scena si svolge in una stanza vuota, in cui ci sono solamente una sedia e il tavolino con la gabbia del ragno; la luce, entrando da un grande foro circolare sul soffitto coperto da una grata, disegna linee scure in tutto l’ambiente, rendendolo inquietante: il primo cattivo di 007 viene così introdotto ancor prima di presentarlo. C’è poi da dire che Ken Adam aveva ormai esaurito il budget e quindi ha dovuto inventare un set a costo zero per la scena… ma dove c’è la creatività il denaro passa in secondo piano.

La scena del tentato omicidio con tarantola è un’ulteriore prova dell’eccezionale talento di Ken Adam: quando Terence Young inizia a girare infatti il ragno non vuol saperne di camminare nella giusta direzione. Per risolvere il problema Adam si inventa di ruotare l’intera stanza d’albergo di 90 gradi, fissando il letto alla parete e Sean Connery al letto. Sul pavimento viene poi applicata la carta da parati per fingere che si tratti di una parete. In questo modo la tarantola inizia naturalmente a camminare verso l’alto, e cioè verso il volto di 007. Sean Connery però non corre alcun pericolo, perché tra lui e la tarantola c’è un vetro di protezione. Quando vediamo il ragno camminare davvero sul corpo di Bond in realtà stiamo guardando lo stuntman Bob Simmons: lui il rischio l’ha corso eccome! Sul set era presente un medico, che per fortuna non è stato necessario. Ma Simmons non si è limitato a rischiare la vita con la tarantola: è stato controfigura di Connery e ha coordinato le scene di combattimento di James Bond per Dr. No e per molti film successivi. Inoltre, quando all’inizio del film si vede l’iconico incipit della sigla (creato da Maurice Binder e Trevor Bond) con 007 che cammina poi si gira e spara, il tutto ripreso dall’interno di una canna di pistola, stiamo guardando Bob Simmons.

Il primo villain con cui 007 si scontra, Dr. No, è interpretato da Joseph Wiseman, truccato in modo da apparire orientale. Quando crea il set per il rifugio del Dr. No Ken Adam ci mette in bella vista il ritratto di Goya del Duca di Wellington, che era stato rubato alcuni mesi prima dalla National Gallery. Basta questo per definire quello che diventerà il prototipo degli antagonisti di James Bond: megalomani, esibizionisti, spietati, misantropi e sadici. Nel finale il Dr. No doveva tentare di uccidere Honey Ryder utilizzando dei pericolosi granchi, ma i crostacei, arrivati in aereo, erano ancora congelati e non poterono essere utilizzati. Vennero sostituiti con un banale effetto inondazione che doveva annegare la ragazza.

Anche la première di Licenza di Uccidere stabilisce il modello per tutte quelle che seguiranno per i vari film di Bond, tutte sempre nel segno del glamour. Alla prima del 5 Ottobre 1962, al cinema Pavillon di Londra, sono presenti Ian Fleming e Sean Connery.

Il resto è storia. Una storia di cui ancora non conosciamo il finale, visto che il film di James Bond numero 25, No Time To Die, è atteso nei cinema (tenendo le dita incrociate) per il 2 Aprile 2021. Da quel poco che ci è dato sapere sulla trama, 007 si ritira dalla vita di agente segreto di Sua Maestà per vivere tranquillo proprio in Giamaica, in una sorta di felice ritorno alle origini. Ma come era facile prevedere, la sua pensione, come la morte, dovrà attendere…

Per ingannare l’attesa, intanto, 007 tornerà su Cine-muffin in Dalla Russia con Amore.

Darby O’Gill e il Re dei Folletti

Titolo originale: Darby O’Gill and the Little People

Anno: 1959

Regia: Robert Stevenson

Interpreti: Albert Sharpe, Janet Munro, Jimmy O’Dea, Estelle Winwood, Sean Connery

Dove trovarlo: Disney Plus

Darby O’Gill (Albert Sharpe) è un simpatico vecchietto irlandese che passa le sue giornate al pub a raccontare storie su delle piccole creature magiche, i Leprecauni (che nella traduzione italiana sono divenuti “folletti”), di cui gli è anche capitato di incontrare il dispettoso sovrano Brian (Jimmy O’Dea), che lo ha ingannato ed è fuggito. Ora però Darby ha davvero bisogno di vedere esauditi i suoi tre desideri, perché il padrone della tenuta lo vuole licenziare per sostituirlo con un aitante giovanotto, Michael McBride (un giovanissimo Sean Connery), mentre la sua bellissima figlia Katie (Janet Munro) non vuole saperne di trovar marito…

Non avendo mai visto questo film l’ho iniziato aspettandomi qualcosa di simile a La Gnomo-Mobile, lungometraggio Disney diretto sempre da Robert Stevenson (il regista di capolavori come Mary Poppins e Pomi d’Ottone e Manici di Scopa) che purtroppo non è disponibile su Disney Plus. La Gnomo-Mobile, girato pochi anni dopo Darby O’Gill e il Re dei Folletti, ha come protagonisti i due bambini di Mary Poppins, Karen Dotrice e Matthew Garber, che trovano per caso due gnomi nel bosco e insieme al nonno li aiutano a trovare altri gnomi (e soprattutto gnome) per non essere più soli: si tratta di un classico film Disney con canzoni, scene divertenti, buoni sentimenti e lieto fine. Lo stesso si può dire di Darby O’Gill, che presenta le stesse caratteristiche, mescolate però con elementi più adulti: il risultato è Un Uomo Tranquillo (celebre film con John Wayne e Maureen O’Hara) in salsa Disney, una miscela davvero speciale che personalmente ho trovato divertentissima. Non molto adatto ai bambini, che si divertiranno sicuramente con la splendida scena dell’incursione di Darby nel regno dei Leprecauni ma troveranno il resto noioso oppure spaventoso (la banshee urlatrice che annuncia la morte imminente, il carro funebre del mietitore senza testa…). Per un adulto invece è un vero gioiellino. La trama non presenta grandi sorprese e il lieto fine è telefonato dall’inizio, ma gli inganni di Re Brian, il corteggiamento di Michael alla ritrosa Katie e la scazzottata finale nel pub (proprio come quella epica di Un Uomo Tranquillo) garantiscono un simpaticissimo intrattenimento. Gli effetti speciali dell’epoca funzionano ancora nel mostrare nella stessa inquadratura le piccole creature e gli esseri umani, e ancora meglio con la spaventosa banshee e l’inquietante carro della morte. Sean Connery, qui agli inizi della sua carriera, offre una bellissima interpretazione del giovane tosto ma innamorato e canta con Janet Munro la canzone Pretty Irish Girl. Simpaticissima anche Estelle Winwood (l’infermiera di Elsa Lanchester in Invito a Cena con Delitto) nei panni della vecchia pettegola maneggiona del paese. La Disney impostò la campagna pubblicitaria per il film sull’idea che i Leprecauni fossero veri, tanto che dopo i titoli di testa compare un ringraziamento di Walt Disney a Re Brian per la sua collaborazione. Consiglio a tutti la visione di Darby O’Gill e il Re dei Folletti, anche perché in passato proprio questo film ha dato collateralmente il via ad una delle saghe cinematografiche più longeve e amate di sempre. Infatti il produttore Albert R. Broccoli volle vedere Darby O’Gill al cinema per valutare se il giovane protagonista fosse adatto per il grande progetto cui lui e Harry Saltzman stavano per dare inizio…

Voto: 4 Muffin

Aladdin

Anno: 2019

Regia: Guy Ritchie

Interpreti: Mena Massoud, Naomi Scott, Marwan Kenzari, Navid Negahban, Will Smith, Billy Magnussen

Dove trovarlo: Disney Plus

Lo spietato Jafar (Marwan Kenzari), il Gran Visir del sultano (Navid Negahban), trama per conquistare il trono di Agrabah. Per riuscirci deve impossessarsi della lampada magica, che però solo il “diamante allo stato grezzo”, un uomo dall’animo puro, può toccare. Così convince il ladruncolo di strada Aladdin (Men Massoud) a recuperarla per lui, cercando poi di uccidere il ragazzo, che però si salva e si tiene anche la lampada, da cui esce un Genio magico blu (Will Smith) che si mette al suo servizio: esaudirà per lui tre desideri. Aladdin non ha dubbi su cosa chiedere: il genio può aiutarlo a conquistare il cuore della bella principessa Jasmine (Naomi Scott).

Ormai siamo tutti rassegnati: i remake in live-action dei grandi classici Disney non si fermeranno. Anche se fino ad ora nessuno di questi mi ha incantata, mi sono avvicinata a Aladdin con una certa curiosità, soprattutto per vedere come se la sarebbe cavata Will Smith nei panni blu del Genio, che nel cartone animato del 1992 era stato magistralmente doppiato da Robin Williams (in italia la sua voce era del bravissimo Gigi Proietti). Per quanto mi riguarda Will Smith ha fatto un ottimo lavoro in questo film, anche se la CGI non permette tutta la pazza libertà che davano invece carta e matita, quindi il Genio è risultato un pochino più ingessato di come me lo aspettavo, scevro anche delle citazioni anacronistiche di cui il cartoon invece era pieno. Lo stesso vale per tutti i personaggi non umani del film: la scimmietta Abu, il pappagallo Jago, la tigre Raja e il tappeto volante; per quanto la tecnologia della computer grafica sia sempre più sofisticata, questo non li può rendere simpatici come lo erano nel cartone animato. Questo può essere un limite del mezzo scelto, ma altre differenze tra il cartone animato e il film (che ovviamente non possono non esserci, per quanto la Disney possa tentare di ricalcare i suoi cavalli di battaglia alla perfezione) invece derivano da scelte deliberate e molte di queste mi hanno lasciata perplessa. Chiunque abbia frequentato le produzioni Disney più recenti (non solo i lungometraggi ma anche le serie animate come La Dottoressa Peluche, La Principessa Sofia, Jake e l’Isola dei Pirati eccetera) non può non aver notato che ormai i villains stanno scomparendo dall’universo Disney (tranne quelli storici che sono un must del reparto merchandising), rimpiazzati da antagonisti che non sono davvero cattivi cattivi, tuttalpiù sono un po’ egoisti e dispettosi, ma alla resa dei conti sono simpatici e pronti a redimersi. I motivi di questa linea d’azione derivano secondo me dal desiderio di essere politically correct e di insegnare ai bambini (e non solo a loro) la tolleranza e il perdono. Questa è una tendenza generale cui i live-action aderiscono pienamente e non voglio dire che sia ideologicamente sbagliata, ma non la trovo drammaturgicamente valida. Alfred Hitchcock diceva che serve un cattivo terrificante per fare un bel film, e credo che lui ne sapesse qualcosa: come può un film, d’animazione o meno, essere emozionante e coinvolgente se i protagonisti non sembrano mai essere davvero in serio pericolo e se i cattivi non sono poi così tanto malvagi ma hanno solo avuto una brutta giornata? Il capo delle guardie di Agrabah, per esempio, che nel cartone era grande, grosso e cattivo, qui invece, alla fine, si redime e si schiera anche lui contro Jafar, in virtù di un passato di fedeltà e dedizione al sultano di cui non si era mai parlato prima. Lo stesso Jafar non è nemmeno lontanamente spaventoso come quello del cartone, e ci viene anche raccontato come da giovane lui stesso fosse un ladruncolo da strada proprio come Aladdin. Questo permette di inserire un paio di scene di “borseggio” divertenti, ma in definitiva non è che un voler fornire una giustificazione alla sua cattiveria, oltre che il più squallido dei “io e te in fondo siamo uguali!” detto dal cattivo al buono prima dello scontro finale. Viene poi da chiedersi come sia stato possibile per un borseggiatore di strada diventare il primo consigliere del sultano… Vengono poi eliminate molte scene che potevano forse creare troppa ansia: Jasmine non viene intrappolata in una clessidra gigante ma semplicemente viene detto alle guardie di portarla via, cosicché possa facilmente liberarsi e cantare la nuova canzone aggiunta apposta per lei, che la trasforma (nelle intenzioni di Guy Ritchie) da donna oggetto del desiderio a donna d’azione (paradossalmente Jasmine mostrava molta più intraprendenza nel cartone animato); Aladdin non viene messo in prigione e condannato a morte, il che rende il suo ritorno nei panni del principe Alì molto meno d’impatto. Ma quello che secondo me è il cambiamento meno riuscito è il fatto che Jasmine non desideri sposarsi perché ritiene che la carica di sultano spetti a lei stessa: nonostante il suo desiderio di aiutare il suo popolo sia encomiabile, non riesco a convincermi che affidare il trono ad una ragazza che non ha mai lasciato il suo palazzo e che ha mostrato di non sapere che il pane, al mercato, bisogna pagarlo, non mi sembra essere una gran buona idea. Ma, come anche Frozen ci insegna, ormai i personaggi maschili della Disney non possono che aspirare al ruolo di “principe consorte” e nulla più. E a proposito di principi, peccato che non sia stata assegnata una canzone anche al principe pretendente Anders, perché in Into the Woods Billy Magnussen ha mostrato un gran talento canoro e una grande ironia che avrebbero fatto comodo anche a questo film. Nel complesso poi il film si lascia vedere e il tempo passa in fretta, gli attori se la cavano bene anche col canto e le canzoni sono nel giusto numero e non troppo diverse da quelle originali che tanto amiamo (ovviamente il principe Alì non possiede più “schiave che non sono mai stanche”) e l’effetto nostalgia funziona. Funziona così bene che fa venire moltissima voglia di rivedere il cartone del ‘92 oppure qualche film molto meglio riuscito di Guy Ritchie, come ad esempio i due Sherlock Holmes con Robert Downey Jr. oppure Snatch.

Voto: 2 Muffin

Amici Miei – Recensione in Versi

Anno: 1975

Regia: Mario Monicelli

Interpreti: Ugo Tognazzi, Duilio Del Prete, Philippe Noiret, Gastone Moschin, Adolfo Celi, Milena Vukotic, Bernard Blier

Dove trovarlo: (fortunatamente) recuperato nella cantina dei miei cofanetto con tutti e tre i capitoli

Per chi non avesse mai visto il film Amici Miei

Questo classico della commedia mi accingo a presentare

E per far questo opportuno riterrei

Proprio dal suo celebre regista incominciare:

I Soliti Ignoti, La Grande Guerra, L’Armata Brancaleone

Altri famosi successi del grande Mario Monicelli

Al cinema italiano ha dato più di una lezione:

Nessuno ha diretto classici più divertenti di quelli.

Se alla regia c’è un maestro, occhio alla sceneggiatura:

Pietro Germi, regista dello spassoso Divorzio all’Italiana

Insieme ad altri tre ci mette inchiostro, esperienza e bravura

Per creare un capolavoro della commedia nostrana.

Amici Miei è ambientato nella splendida Firenze,

Le amichevoli avventure han come sfondo l’Arno

Mi sentirete forse abusare di poetiche licenze

Per sciacquare i panni, che il film di volgarità certo non è scarno.

Quattro amici, che in breve cinque diverranno

Compagni di scuola, di vita e di caserma

Serietà, vergogna e pudore non ne hanno

Perchè, come si sa, è perduto chi si ferma.

Il primo personaggio a comparire è il narratore,

Perozzi Giorgio, redattore di un quotidiano

Philippe Noiret è il nome dell’attore

“Se mio figlio è la carne della mia carne, io divento vegetariano”.

Dell’attore francese già a noi è noto il viso,

Ha interpretato con Massimo Troisi Il Postino

E poi con Nuovo Cinema Paradiso

Grazie a Tornatore è diventato un beniamino.

Il Perozzi, terminato il lavoro sul far del giorno

Sente che una colazione con brioche è più che meritata

Ma poiché a casa non vuole far ritorno

Rimonta in macchina, e parte la zingarata.

A quell’ora del mattino però ogni amico è tranquillo

Senza grilli per la testa a dormire nel suo letto

Tranne il Melandri, trascinato dal mastodontico Birillo,

Il cane della moglie, alla ricerca di un frondoso gabinetto.

Il secondo amico mio è Rambaldo Melandri, di professione architetto

Da Gastone Moschin interpretato

Divenuto schiavo sotto il suo stesso tetto

Di una donna che al legittimo marito ha rubato.

Segue il racconto di questa sua sventura,

Che l’ha portato a prendersi in casa quella donna

Quando dopo l’ennesima sgangherata avventura

Scambiata l’aveva addirittura per la Madonna.

“Mai avevo visto donna più bella!”

Disse agli amici, suoi coinquilini all’ospedale

“Non posso pensare che a Donatella!”

Peccato che il marito sia un chirurgo di fama mondiale:

Il Professor Sassaroli (mitico Adolfo Celi), barone della sanità fiorentina,

Della moglie e del Melandri scopre la tresca

Ma a sorpresa acconsente a cedere la mogliettina,

Insieme però alle bimbe, al cane e alla tata tedesca.

Altri due amici mancano da presentare:

Duilio del Prete è il barista Necchi

Nel cui locale si trovano a giocare

I quattro amici più cari e vecchi.

Infine non resta che il conte Mascetti

Cui dà volto il grande Ugo Tognazzi:

sebbene abbia innumerevoli difetti

Tutti quanti per lui vanno pazzi,

Dalla moglie (Milena Vukotich), poveretta,

Maltrattata, ingannata e tradita,

All’amante, Titti, la scolaretta

Lesbica con un solo uomo nella sua vita.

Il conte Mascetti un tempo era ricco assai

ma l’intera fortuna, sua e della moglie, l’aveva sperperata

così molto spesso si ritrova nei guai

ma ne esce sempre con la Supercazzola prematurata.

Nemmeno l’ospedale i nostri amici fiacca,

Non temono ingessatura nè medicina

Affrescano il soffitto con la cacca

E con il turpiloquio fanno impazzire la pinguina.

Ogni disavventura si trasforma in opportunità:

Davanti ad una (falsa) gobba l’amante appiccicosa scappa via;

Mascetti vende il gesso e il certificato d’invalidità

Molto più facilmente di un’enciclopedia.

Ormai che anche il Sassaroli fa parte della banda

È giunto il momento di avviare il motore

E senza meta a zingarare per la landa

Sempre omaggiando la “Bella Figlia dell’Amore”.

La prima tappa ovviamente è alla stazione

A tirare schiaffi ai viaggiatori in partenza

E se il vigile tenta una contravvenzione

Il Mascetti con la Supercazzola risolve la vertenza.

Nel piccolo paesino arrivano poi tutti fieri

E ne annunciano agli increduli abitanti la distruzione

“Scusate noi siamo tutti ingegneri:

Dove ora c’è la chiesa ci sarà la circonvallazione

Al posto delle case passerà l’autostrada”

Tutti sono ormai affacciati alla finestra

“Ancora non si sa bene dove vada

Ma di certo avrà lo scappellamento a destra”.

“Che cos’è il genio?” domanda quindi lo scribacchino

“E’ fantasia, intuizione, precisione…” 

Nel riempire fino all’orlo il vasino di un bambino

“…e velocità d’esecuzione!”

Entra ora in scena Bernard Blier con lo sgradevole Niccolò Righi

Impenitente ladro di cannoli

Costretto a subire gli intrighi

Dei quattro amici, più il Sassaroli.

Inizialmente è un piccolo raggiro:

Lo fanno scappare con la droga, zucchero in bustina

Ma lui torna, vuole entrare nel giro…

E allora si mette in scena una bella recitina.

I nostri si fingono un clan della malavita

Mettono una pistola in mano al poverino

E quando ormai la recita è finita

Inscenano una strage di San Valentino.

Un film come questo oggi non si potrebbe mai girare:

gli amici miei non son certo personcine coi fiocchi!

Immaturi, misogini, cinici, senza alcuna voglia di cambiare

“Come si sta bene tra uomini, perché non siamo nati tutti finocchi?”.

Il film è spassoso ma ha un finale amaro:

Infatti il Perozzi alla fine muore

Non di risate nè per uno sparo

Ma per uno spietato attacco di cuore.

Perozzi sa che il suo momento è arrivato,

Chiama a sé il prete per la benedizione

Ma invece che confessare ogni suo peccato

Sceglie una gran Supercazzola come degna conclusione.

Spero non vi abbia deluso questo mio componimento

A farlo io mi sono divertita un mondo

E se per caso è stato di vostro gradimento

Vi aspetto di nuovo qui per Amici Miei – Atto Secondo.

Voto: 4 Muffin

Ancora complimenti a Vincenzo per aver risolto il mio ultimo enigma! Grazie per aver giocato, spero che il premio sia di tuo gradimento 🙂

Big Eyes

Anno: 2014

Regia: Tim Burton

Interpreti: Amy Adams, Christoph Waltz, Krysten Ritter, Terence Stamp, Jason Schwartzman

Dove trovarlo: RaiPlay

Tratto dalla storia vera della pittrice Margaret Keane, che negli anni ‘60 ha dovuto sostenere una durissima battaglia legale contro il marito per riappropriarsi dei diritti delle proprie opere, i quadri da lei dipinti che ebbero enorme diffusione e successo negli anni ‘50 ma che il marito reclamava come proprie creazioni. Il titolo del film deriva dalla caratteristica principale dei ritratti di Margaret, tutti raffiguranti bambini e bambine dai grandissimi occhi.

Incredibile come talvolta realtà e finzione si integrino alla perfezione. L’ambientazione di Big Eyes, infatti, ricorda moltissimo quella rappresentata da Tim Burton in molti dei suoi film. Forse quello più indicativo in questo caso è Edward – Mani di Forbice e della sua provincia americana a tinte pastello con casette a schiera, giardini curati e staccionate bianche, dove però l’aspetto idilliaco nasconde in realtà i sentimenti più meschini; lo stesso si può dire di Walter Keane (interpretato egregiamente da Christoph Waltz, che non smentisce la sua fama di villain perfetto), il marito, così generoso e galante ma in realtà egoista e menzognero fin dall’inizio. E i ritratti di bambini dai grandi occhi sproporzionati ricordano moltissimo i personaggi dei film in stop-motion del regista, come Nightmare Before Christmas (di cui in realtà è solo produttore ma che si può senz’altro considerare una sua creazione) e La Sposa Cadavere. Non è dunque una sorpresa apprendere che il regista stesso è appassionato e anche collezionista dei quadri di Margaret Keane. Impossibile quindi pensare ad un diverso regista per raccontare la storia vera, tribolata ma a lieto fine, della pittrice Margaret Keane, interpretata magistralmente da Amy Adams, bravissima a rendere tanto il lato fragile e sottomesso quanto quello sicuro e determinato del suo personaggio. Pur trattandosi della biografia di un’artista il film non ha mai un momento noioso grazie alla ricchezza con cui sono caratterizzati i personaggi principali e alla felice abbondanza di comprimari di lusso: Terence Stamp temibile critico d’arte; Jason Schwartzman intransigente gallerista modaiolo; Krysten Ritter, finalmente libera dal chiodo nero di Jessica Jones, in veste chiacchierona e sbarazzina. Nei titoli di coda viene raccontato cosa accadde realmente dopo il processo Keane vs. Keane e si scopre che la stessa Margaret Keane, ancora oggi in vita e ancora in attività all’epoca del film, ha dato il suo contributo incontrando personalmente Amy Adams. Un gran bel film adatto ai fan di Tim Burton ma anche a coloro che normalmente lo evitano; una piacevolissima occasione per scoprire qualcosa di più sulla storia dell’artista Keane ma anche del regista Tim Burton, evidentemente influenzato dalle sue opere fin dall’inizio.

Voto: 4 Muffin

Frozen 2 : Il Segreto di Arendelle

Titolo originale: Frozen II

Anno: 2019

Regia: Chris Buck, Jennifer Lee

Interpreti: Idina Menzel, Kristen Bell, Josh Gad

Dove trovarlo: Disney Plus

Le cose non sono mai andate così bene nel regno di Arendelle: il grande freddo è solo un ricordo, la regina Elsa si mescola al suo popolo nei festeggiamenti, Olaf può godersi il sole senza sciogliersi e Kristoff sta per chiedere alla principessa Anna di sposarlo. Ma Elsa è resa inquieta da una voce misteriosa che solo lei può sentire e che sembra spingerla a lasciare nuovamente il suo regno per lanciarsi in una nuova pericolosa avventura. 

Dopo il successo planetario di Frozen, la Disney non poteva proprio pensare di non sfruttarne ancora le potenzialità per vendere altri giocattoli, pupazzi, e naturalmente i famigerati karaoke per bambini. Per questi ultimi il tormentone Let It Go è stato sostituito da Into the Unknown, sempre cantato dalla bravissima Idina Menzel, che presta nuovamente la voce a Elsa. Torna dunque anche l’insopportabile pupazzo di neve Olaf (che in originale ha la voce di Josh Gad mentre in italiano è doppiato da Enrico Brignano) e compare anche un altro animaletto fiammeggiante che non ha altra funzione di trama se non quella di far vendere moltissimi pupazzetti. Al di là dell’aspetto commerciale dell’operazione, però, il film spiega l’origine dei poteri di Elsa e la morte dei suoi genitori, e racconta in classico stile Disney una storia edificante in cui alla fine amore e verità trionfano sull’odio e sull’ignoranza, e di queste non ce ne saranno mai abbastanza. Inoltre provvede a togliere il personaggio di Anna dal ruolo secondario cui il finale del primo film l’aveva relegata, facendo anche di lei una regina (gli uomini Disney ormai non possono aspirare ad altro che al ruolo di “principi consorti”). Tutto è bene quel che finisce bene dunque, ma il difetto più grave del film è un altro: i personaggi cantano sempre! Io sono un’appassionata di musical, e ammetto di aver cantato moltissime volte Let It Go al karaoke, ma verso metà film ho iniziato a fare davvero fatica. Troppe canzoni non necessarie per spiegare sentimenti e dilemmi che senza dubbio gli spettatori, anche i bambini più piccoli, hanno compreso perfettamente. Frozen II resta un seguito di buon livello di un film molto bello, ma non posso dire di fare il tifo per un terzo capitolo…

Voto: 2 Muffin

La Partita

Anno: 2019

Regia: Francesco Carnesecchi

Interpreti: Francesco Pannofino, Alberto Di Stasio, Giorgio Colangeli, Gabriele Fiore

Dove trovarlo: RaiPlay

Una vasta gamma di drammi personali, economici e familiari si incrociano intorno ad un campo da calcio, quello di Quarticciolo in cui lo Sporting Roma sta disputando la finale del campionato locale. Tutti gli occhi sono puntati sul numero dieci, Antonio (Gabriele Fiore), attaccante che potrebbe portare la squadra a vincere di nuovo la coppa dopo quarant’anni: ma non tutti desiderano la vittoria della sua squadra.

Non c’è bisogno di spendere molte parole per dire quanto sia importante il gioco del calcio per la cultura popolare italiana: questo sport è onnipresente nella vita quotidiana di tutti. Anche di chi non è tifoso e non lo segue conosce suo malgrado i nomi delle squadre e dei giocatori più blasonati. Nonostante questo tuttavia è sempre stato difficilissimo per il nostro cinema raccontare il calcio. Francesco Carnesecchi con La Partita fa un nuovo tentativo, scegliendo però di parlare non della serie A ma di un campionato minore in cui si sfidano squadre di giovanissimi: eppure, anche in questo microcosmo calcistico, ritroviamo tutti i drammi e le brutture di cui purtroppo il calcio italiano di alto livello è pieno zeppo. Contrariamente a quanto il titolo farebbe pensare, di calcio giocato in questo film se ne vede ben poco, perché il focus è sui drammi di ogni genere che tormentano tutti i personaggi legati in modo più o meno diretto con lo Sporting Roma. Anche se fin dall’inizio è chiaro che ci troviamo in un territorio molto lontano da quello di Un Allenatore nel Pallone, la cosa sfiancante di questo film è che in 90 minuti (sicuramente la scelta non è casuale) nessuno dei personaggi ha mai una gioia o un soddisfazione. L’allenatore Claudio (Francesco Pannofino) decide di porre fine alla sua amatissima carriera di allenatore a prescindere dal risultato; il presidente Italo (Alberto Di Stasio), mentre il figlio cocainomane sogna erba sintetica per il loro campo da gioco, si perde in un giro di scommesse sportive da cui è impossibile uscire vincitori; il talento in erba Antonio (Gabriele Fiore) si infortuna gravemente, mentre suo padre ha scommesso contro di lui e sua madre si accapiglia con l’odiosa cognata. E si potrebbe continuare, perché non c’è un vero lieto fine per nessuno, né in campo né fuori, in barba a tutti i film americani con cui siamo cresciuti in cui lo sport è un mezzo di emancipazione e riscatto (il mio preferito è Fuga per la Vittoria con Sylvester Stallone e Pelè). Tuttavia, pur accettando lo spirito disfattista (cosa che non molti tifosi sportivi fanno volentieri) il film ha molti difetti cui è impossibile passare sopra. Dal punto di vista formale ci sono molte inquadrature davvero inspiegabili (droni sopra il campetto di Quarticciolo, carrellate alle spalle, inquadrature dal basso…) che disturbano la visione; inoltre, ben sapendo che non sarebbe realistico epurare tutte le brutte parole dai dialoghi, eliminando tutto il turpiloquio la durata del film si riduce probabilmente a quella del primo tempo. Il che ci porta all’errore concettuale di voler incorniciare tutto il film nei 90 minuti della partita, presentandoci quindi tutti i personaggi e i loro drammi con dei continui flashback che, se funzionavano benissimo per uno dei cartoni più amati della mia infanzia, Holly e Benji, qui sono invece confusi e spiazzanti. Io sono un’appassionata di cinema che ama anche guardarsi una bella finale di Champions League, e questo film mi lascia l’idea che a volte è molto meglio una bella partita di un brutto film.

Voto: 1 Muffin

P – Psycho

Ho sempre amato moltissimo la produzione del maestro del brivido (ma non solo di quello) Alfred Hitchcock, e questa non è una sorpresa nel quadro generale della mia innata anglofilia. Ricordo che, quando ero davvero molto piccola, vidi per caso il finale di Intrigo Internazionale: rimasi molto impressionata dall’inseguimento sul monte Rushmore, mi spaventai quando il cattivo tentò di far cadere nel vuoto Cary Grant pestandogli una mano, e rimasi esterrefatta dal finale in cui si passava improvvisamente dalla drammatica prospettiva di una caduta da un precipizio all’estasi divertita di una luna di miele sul vagone di un treno. Più tardi naturalmente, da brava cinefila, ho guardato tutti i film del maestro che ho potuto trovare, mi sono letta l’intervista di Truffaut e mi sono divertita a cercare la comparsata di Hitch in ogni film, con grande soddisfazione per aver trovato in un polveroso vhs anche l’introvabile Prigionieri dell’Oceano, interamente ambientato su una scialuppa alla deriva in mezzo al mare, in cui il regista compare tra la fotografie dei ricercati in un brandello di pagina di giornale che galleggia tra i relitti del naufragio. Una volta acquisita un’infarinatura di tecniche cinematografiche, mi sono goduta anche gli aspetti più tecnici della fantasia innovativa del regista britannico, uno su tutti il suo grande desiderio di girare un intero film in piano sequenza (cioè senza stacchi di montaggio, cosa che la lunghezza delle pellicole all’epoca non permetteva e che è divenuta possibile solo con l’avvento del digitale), quasi realizzato con lo splendido Nodo alla Gola, in cui gli stacchi di montaggio sono camuffati con buffe inquadrature che entrano nella schiena dei personaggi. O piccole chicche come la lampadina messa all’interno del bicchiere di latte del presunto uxoricida Cary Grant in Il Sospetto, o il pavimento trasparente nel suo primo lungometraggio, The Lodger. Ho scoperto anche la vena divertente di Hitchcock con il poco conosciuto La Congiura degli Innocenti. Il titolo originale è The Trouble with Harry: il guaio con Harry è che è morto, e poiché tutti i protagonisti sono convinti di averlo ucciso, il povero Harry viene sepolto e dissepolto diverse volte prima della fine, tutto secondo il più autentico british black humor che io tanto amo. Li ho visti tutti, li ho amati tutti, ma ce n’è sempre stato uno che per me, ancor prima di vederlo, era davvero speciale: Psycho. Sapevo che aveva un finale a sorpresa, ma incredibilmente sono riuscita ad arrivare alla fine delle scuole medie senza che nessuno me lo spoilerasse (non che molti dei miei compagni di allora fossero fan di Hitchcock…). Desideravo tantissimo vedere quel film così capitale, ero estremamente curiosa, ma allo stesso tempo avevo anche paura che mi spaventasse sul serio… e questo lo rendeva ancora più desiderabile. Quando superai con il massimo dei voti gli esami di terza media i miei genitori (che sono sempre stati più che generosi) mi chiesero se desiderassi qualcosa in regalo, e io senza pensarci su espressi il mio desiderio: volevo vedere Psycho di Hitchcock, mangiando una pizza al gorgonzola, da sola, in salotto, al buio e senza interruzioni. Detto fatto: il film fu noleggiato, la pizza ordinata, le luci spente. Mi godetti la visione al cento per cento, il film mi spaventò quanto era giusto e lo amai tantissimo. E da allora mi godetti finalmente anche tutti i diversi omaggi e parodie, primo fra tutti quello di una puntata della Signora in Giallo in cui Jessica Fletcher si trova proprio sul set originale del film di Hitchcock (e naturalmente ci scappa il morto). Al secondo posto viene Bugs Bunny, che in Looney Tunes – Back in Action reinterpreta a modo suo la celeberrima scena della doccia. Ho invece decisamente odiato l’operazione furbetto-scolastica di Gus Van Sant, che ha rigirato il film in maniera identica fotogramma per fotogramma, aggiungendoci giusto una scena di masturbazione di cui nessuno sentiva il bisogno: pollice verso.

Qualche anno più tardi, quando ormai nemmeno mio padre poteva più fingere che il dvd non stesse soppiantando la videocassetta, lo accompagnai a scegliere il nostro primo lettore dvd; mentre lui si faceva spiegare tutti i dettagli tecnici dal commesso, io mi persi a scorrere i dvd in vendita nel negozio, e quando lui ebbe finalmente trovato un modello che lo convinceva lo raggiunsi alla cassa con in mano il dvd di Psycho. Lui rise, ma io dissi seria: “Scusa, come facciamo a sapere se il lettore funziona se non abbiamo nemmeno un dvd?”. E così Psycho di Hitchcock fu il primo dvd in assoluto che comprai (che mio padre mi comprò, per l’esattezza, il primo di una lunga lunga serie).

L’Unico e Insuperabile Ivan

Titolo originale: The One and Only Ivan

Anno: 2020

Regia: Thea Sharrock

Interpreti: Bryan Cranston, Sam Rockwell, Angelina Jolie, Helen Mirren, Danny DeVito

Dove trovarlo: Disney Plus

Tratto da un’incredibile storia vera, narrata da Christine Applegate nel libro omonimo, L’Unico e Insuperabile Ivan racconta di un gorilla schienagrigia nato nella foresta ma portato da piccolissimo in città e addestrato dal suo padrone Mack (Bryan Cranston) ad esibirsi in uno spettacolo insieme ad altri animali. Tra questi c’è la saggia elefantessa Stella, che prima di morire affida ad Ivan la piccola Ruby, l’elefantino da poco arrivato per risollevare le sorti dello show: Stella desidera per Ruby una vita senza sbarre, e fa promettere a Ivan di liberarla. Ivan capisce che l’unico modo per gli animali di riconquistare la libertà è chiedere aiuto agli umani, e quando la piccola Julia (Ariana Greenblatt), la figlia del custode, gli regala dei colori a cera, decide di usarli per comunicare.

Preparate i fazzoletti: per quanto si possa essere duri e cinici sarà impossibile non commuoversi per questa bellissima storia, basata su una vicenda realmente accaduta (che viene raccontata nei titoli di coda, con tanto di disegni e filmati del vero Ivan) e che ha uno splendido lieto fine. La Disney sceglie, per raccontare questa storia, di affidarsi interamente alla tecnica CGI per realizzare gli animali (molto meglio piuttosto che filmare gli animali veri per poi usare gli effetti speciali per farli parlare, ghignare o cantare…), che sono sufficientemente realistici ma restano personaggi disneyani al 100% e sono tutti ben caratterizzati e simpatici. Sam Rockwell presta la voce al gorilla Ivan, combattuto tra il suo istinto e l’affetto verso Mack, che lo ha cresciuto con l’amore di un padre; la voce della saggia elefantessa Stella è quella calda e materna di Angelina Jolie; Helen Mirren doppia invece la vezzosa cagnetta Snickers, che non vuole saperne di scappare con gli altri perché “nella natura non ci sono asciugacapelli”; Danny DeVito presta la voce al cane randagio Bob, che si intrufola nella gabbia per dormire sulla pancia del suo grande amico Ivan. Anche i personaggi animali con doppiatori meno illustri sono divertenti e piaceranno a grandi e piccini. Ma se Ivan, The One and Only come recita il titolo originale, è la star dello show del centro commerciale, la vera star di questo film è Bryan Cranston, che interagisce per tutto il tempo con gli animali creati al computer e riesce a far affezionare tutti ad un personaggio sulla carta negativo, che costringe gli animali a vivere nelle gabbie e esibirsi nello spettacolo: alla fine del film tutti gli vorranno bene, animali ed esseri umani (dentro e fuori lo schermo). Un film per tutti, che divertirà e commuoverà bambini e genitori in modo intelligente, facendo riflettere senza giudicare o far sentire in colpa nessuno.

Inoltre, finalmente avrete la risposta all’eterno quesito: perchè la gallina attraversa la strada?

Voto: 4 Muffin

C’era una Volta Los Angeles

Titolo Originale: Once Upon a Time in Venice

Anno: 2017

Regia: Marc Cullen

Interpreti: Bruce Willis, John Goodman, Jason Momoa, Thomas Middeditch, Famke Janssen

Dove trovarlo: RaiPlay

Steve Ford (Bruce Willis) è un ex poliziotto divenuto investigatore privato che con il suo giovane aiutante John (Thomas Middeditch) sistema molte incresciose faccende nel quartiere di Los Angeles chiamato Venice. In seguito a una delle sue indagini Steve si crea un nemico, il boss della droga Spyder (Jason Momoa), che decide di dargli una lezione portandogli via il suo amato cagnolino Buddy. Steve però, con l’aiuto del suo vecchio compagno di surf Dave (John Goodman) è disposto a tutto pur di salvare il suo amico a quattro zampe.

Di sicuro è stata una scelta obbligata per i traduttori quella di cambiare il titolo del film, in originale Once Upon a Time in Venice, anche se è di certo divertente immaginare gli inseguimenti e le scene d’azione di questo film ambientati nella nostra Venezia, tra canali, gondole e chicchetti. C’era una volta a Los Angeles non è un film per gli amanti dell’azione più tosta e adrenalinica, perchè punta molto di più sullo humor che sulla violenza, riuscendo anche a creare qualche situazione davvero spassosa (l’inseguimento di Bruce Willis nudo sullo skateboard o l’interrogatorio di John nel bar dei bikers). A tutto il resto ci pensa il cast. Non serve certo che io spenda molte parole per elogiare la simpatia di Bruce Willis, che fin dal suo esordio televisivo con la simpatica serie Moonlighting ha vestito i panni del duro (investigatore o poliziotto o simile) che tra un inseguimento e un colpo di pistola ti fa fare grandi risate. Lo affianca degnamente Thomas Middeditch, protagonista della serie Silicon Valley, adattissimo per fare il discepolo imbranato. L’amico di sempre invece è il mitico John Goodman, non nella sua interpretazione più memorabile, ma vederlo è sempre piacevole. Per la prima volta nel ruolo di antagonista (lo spacciatore dal cuore d’oro) il muscoloso Jason Momoa, diventato famoso nei (pochi) panni di Aquaman, che se la cava molto bene nella sua parte. In seconda fila poi una serie di parti minori affidate ad interpreti famosi: Famke Janssen, la bellissima Jean Grey dei vecchi film degli X-Men, è la sorella di Steve; Billy Gardell, il Mike della sit-com Mike & Molly è un ex collega poliziotto che non si accorge che Bruce Willis, che correva nudo per strada,si è nascosto una pistola tra le natiche; David Arquette passa per strada e propone a Steve, che sembra non conoscerlo, di formare una band. Questi personaggi secondari di lusso contribuiscono a dare una patina rassicurante e familiare al film, che non è un capolavoro ma è perfetto per una serata tranquilla senza pensieri con qualche bella risata e molti sorrisi, anche se non tutte le trovate sono così divertenti come vorrebbero essere. Sorvoliamo sui personaggi, che non hanno alcuno spessore psicologico e non sono per nulla credibili, ma sono funzionali alle trovate comiche e alle svolte della trama. Trama che, all’apparenza, è quella del classico revenge movie d’azione, mentre in realtà non è che una bella favola in cui alla fine, dopo molte sorprese, nessuno è davvero cattivo e ogni personaggio trova il suo lieto fine. Non poteva essere diversamente per un film dal titolo C’era una volta a Venezia.

Voto: 3 Muffin