Hamilton

Avvertenza: questo sarà un post lungo. Ma Hamilton è un film lungo: 2 ore e 40 minuti. E non è poco, soprattutto perché si tratta di un musical del tutto privo di dialoghi non cantati, come I Miserabili, e proprio come I Miserabili è tutto registrato dal vivo, non in playback come si è sempre fatto per le parti cantate nei film musicali hollywoodiani, e inoltre senza tagli, pause né montaggio. Anche se su Disney Plus è categorizzato come “film” in realtà Hamilton è la registrazione, non in steadycam ma con diverse telecamere che permettono cambi di inquadratura e primi piani dei personaggi proprio come in un film (oltre a notevoli effetti speciali, grazie alla bravura di interpreti e coreografi, come il rewind o il bullett-time), di una messa in scena del 2016 al Richard Rogers Theatre di Broadway. A partire dal 4 luglio, la festa dell’indipendenza degli Stati Uniti, gli abbonati di Disney Plus possono quindi assistere a un vero show di Broadway senza alzarsi dal loro divano. Io non conoscevo nulla di questo spettacolo che negli ultimi anni ha fatto incetta di premi (11 Tony Awards, un Grammy e un Premio Pulitzer), ha avuto tra i suoi spettatori celebrità come Busta Rhymes e Meryl Streep ed è stato messo in scena addirittura alla Casa Bianca (due volte) su insistenza del Presidente Obama e della First Lady Michelle, fino a diventare quasi un manifesto del movimento #BlackLivesMatter che nelle manifestazioni esibisce sugli striscioni versi tratti da Hamilton. Troppo successo per un qualsiasi “musicarello”. Tutto iniziò quando l’attore Lin-Manuel Miranda (che abbiamo conosciuto nei panni del lampionaio Jack in Il Ritorno di Mary Poppins), leggendo la biografia del padre fondatore Alexander Hamilton scritta da Ron Chernow, fu colpito dal fatto che un uomo di così grande cultura, successo e influenza, uno dei fautori dell’indipendenza americana e dei fondatori degli Stati Uniti, fosse un figlio di immigrati (padre scozzese e madre francese). Miranda, la cui famiglia è di origine portoricana, ha sentito l’urgenza di raccontare la storia dell’unico statista, oltre a Benjamin Franklin, tanto importante da comparire su una banconota, quella da dieci dollari, pur non essendo mai stato Presidente. E fin da subito ha sentito che non c’era altro modo per raccontarla se non con la musica, e in particolare con il rap e l’hip-hop. Ed è così che oggi l’abbonato a Disney Plus che spinto dalla curiosità voglia tentare di vedere Hamilton si ritrova nei primi minuti investito da un fiume in piena di parole sincopate che rendono molto difficile cogliere l’ambientazione e la presentazione dei personaggi. Quando poi entrano in scena gli attori che interpretano i Padri Fondatori e che sono tutti di colore, la confusione aumenta. Poi entra in scena il protagonista, Alexander Hamilton, interpretato dallo stesso Miranda: lui conquista tutti i presenti e ammalia tutte le donne con il suo fascino di volitivo diciannovenne. Peccato però che Miranda, senza dubbio autore e paroliere talentuoso, di anni ne abbia quaranta e assomigli ad un pacioso Winnie Pooh. Ma, proprio quando lo spettatore, prima frastornato poi perplesso, sta per cambiare “canale”, avviene la magia: entrano in scena le ragazze. Philippa Soo nel suolo di Eliza Schuyler, la moglie di Hamilton, e Reneé Elise Goldsberry nel ruolo di sua sorella Angelica illuminano immediatamente la scena con le loro voci e i loro personaggi. Le canzoni diventano più familiari, più simili a quelle dei musical cui siamo abituati, e finalmente la storia prende vita, finalmente arriva qualcosa di coinvolgente che permette di accettare tranquillamente tutte le strampalate premesse per godersi la storia e i numerosi e grandiosi talenti in atto. La vicenda è basata sui fatti storici, con alcune piccole deviazioni drammaturgicamente motivate, e così non solo si scoprono moltissime cose sulla nascita di una nazione, ma sorge anche la curiosità di approfondire la conoscenza di quegli eventi, che era proprio l’intento artistico alla base di Hamilton. Certo non si può dire che le oltre due ore e mezza filino via sempre lisce, ci sono momenti di noia e ripetizioni a volte ridondanti, ma anche momenti emozionanti e perfino divertenti (come il ridicolo Re Giorgio III che commenta la ribellione dal suo punto di vista e soprattutto la sfida a colpi di rap tra Hamilton e Thomas Jefferson davanti al Congresso, con tanto di mic-drop finale). Nei giorni successivi alla visione mi sono spesso ritrovata a canticchiare alcune delle canzoni di Eliza, la moglie di Hamilton nonché vera eroina della storia e della Storia. E per chi è sopravvissuto all’intero spettacolo Disney Plus offre anche due speciali sulla realizzazione di Hamilton con interviste ai protagonisti. Concludo con una mia curiosità: mi domando cosa avrebbe pensato di Hamilton Orson Welles, che agli inizi della sua carriera mise in scena con un discreto successo Voodoo Machbeth, una versione della tragedia di Shakespeare trasposta dalla Scozia ad Haiti ed interpretata unicamente da attori di colore. 

Strilloni

Titolo originale: Newsies

Anno: 1992

Regia: Kenny Ortega

Interpreti: Christian Bale, Bill Pullman, Robert Duvall, Ann-Margret

Dove trovarlo: Disney Plus

Jack Kelly, nonostante la sua giovane età, è uno degli strilloni più abili di New York, conosciuto come “Cowboy” per il suo sogno di riuscire a mettere da parte abbastanza denaro da abbandonare quella vita durissima e pagarsi un biglietto ferroviario e cominciare una nuova vita a Santa Fe. Quando il magnate della carta stampata Joseph Pulitzer decide di aumentare per tutti gli strilloni il costo delle loro copie del suo quotidiano New York World, rischiando di annullare o quasi i loro guadagni, Cowboy convince i suoi giovani colleghi a ribellarsi, scioperare e unirsi nel primo sindacato degli strilloni della storia.

Tratto dall’omonimo musical teatrale, anch’esso disponibile su Disney Plus, Newsies (cioè “strilloni”) è un classico del genere musicale, in cui tutti i personaggi si esibiscono a intervalli in numeri di canto e ballo. Pur essendo basato su avvenimenti reali, Newsies ne è una versione molto edulcorata e per nulla realistica, affidata dalla Disney ad un regista di provata abilità nel dirigere film musicali e commedie per famiglie come Hocus Pocus, High School Musical e Descendants; dunque è da evitare per chi cerca veridicità storica e sviluppi drammatici; nonostante questo però la concorrenza senza esclusione di colpi tra i magnati della carta stampata Pulitzer ed Hearst (l’editore cui Orson Welles si è ispirato per il suo Citizen Kane) è tratta dalla realtà storica ed è anche la parte più interessante. Offre invece una serie di simpatici numeri corali di ballo, molte belle canzoni (anche se non così memorabili) e in generale un piacevole intrattenimento. È molto interessante anche per chi ama vedere in veste diversa attori e attrici famosi. Christian Bale, oltre a essere protagonista assoluto, si esibisce con bravura nei numeri musicali (mostrando però maggior talento per il canto che per il ballo). Anche Bill Pullman non delude come cantante, mentre Ann-Margret è deliziosa nei panni della soubrette di origini svedesi Medda Larkson. Da segnalare anche la presenza di Robert Duvall nei panni di Joseph Pulitzer (giornalista ed editore da cui l’omonimo premio per il giornalismo prende il nome): però, come viene detto in una delle scene più spassose di In&Out, “i veri uomini non ballano”.

Voto: 3 Muffin

I know you know

Ma sono meglio i film o le serie tv? In molti hanno provato a dare una risposta a questa domanda, portando diversi argomenti a favore dell’una o dell’altra squadra. Le serie tv hanno raggiunto (almeno alcune) livelli qualitativi che nulla hanno da invidiare ai lungometraggi; l’esperienza in sala (almeno prima del Coronavirus) permette un’esperienza emozionale e sensoriale che un diverso tipo di schermo non può offrire; essendo gli episodi brevi, le serie tv sono più facilmente fruibili; il cinema non è solo intrattenimento ma è anche cultura e storia, argomento studiato anche nelle università più prestigiose. Non è certo mia intenzione dare una risposta univoca e definitiva ad un quesito che probabilmente non ne ha una, ma voglio portare l’attenzione su una serie tv che ha tra i suoi punti di forza proprio il continuo intrecciarsi con il mondo del cinema: Psych.

La serie, iniziata nel 2006 e conclusasi nel 2014 con l’ottava stagione, ha avuto un grandissimo successo di pubblico e di critica, tanto da guadagnarsi anche due film, Psych: the Movie del 2017 e Lassie go Home, di cui si attende l’uscita, più uno spin-off animato, The Big Adventures of Little Shawn and Gus, tutti ideati da Steve Franks.

Psych è una serie crime, in ogni puntata c’è un misterioso assassino da scovare, ma spesso le indagini, che restano comunque interessanti da seguire, vengono messe in secondo piano dalle gag e dai dialoghi ricchissimi di citazioni pop e geek, che però non scadono mai nella farsa.

Shawn (James Roday) ha grandissime doti da detective, ma si rifiuta ostinatamente di seguire le orme del padre ex poliziotto (Corbin Bernsen) ed entrare in polizia. Invece apre con l’amico del cuore Gus (Dulè Hill) una fittizia agenzia investigativa e risolve i casi fingendo di possedere poteri psichici. Mantiene il suo segreto anche con gli amici del corpo di polizia, con cui spesso collabora: la detective di cui si innamora, Juliet (Maggie Lawson), il detective tutto d’un pezzo Lassiter (Timothy Omundson), il capo del dipartimento di polizia di Santa Barbara (Kirsten Nelson) e l’eccentrico anatomopatologo Woody (Kurt Fuller). La congiunzione con la settima arte si struttura su diversi livelli, in primo luogo i dialoghi e le battute, che come accennavo pullulano di citazioni e riferimenti cinematografici. Poi ci sono le trame dei singoli episodi, che a volte ricalcano diversi aspetti di un film celebre: troviamo ad esempio una puntata a tema Shining, una sul Mistero della Strega di Blair, una interamente dedicata ad Alfred Hitchcock e, la mia preferita, che omaggia Signori il Delitto è Servito addirittura con due membri del cast del film, Christopher Lloyd (che è anche produttore della serie) e Leslie Ann Warren. Poi ci sono gli attori e le attrici famosi che compaiono come personaggi in una o più puntate: Cary Elwes, Tim Curry, Christine Baranski, Val Kilmer, William Shatner…. Ultima cosa, in omaggio ad un mio guilty pleasure personale, spesso compaiono ospiti le star della WWE (John Cena, Brie e Nikki Bella, The Miz, The Big Show, che ora ha un suo “Big Show” divertentissimo su Netflix). E non ho ancora detto che alcune puntate comprendono delle canzoni originali, in perfetto stile musical (la più bella è quella su Jack lo Squartatore nell’ultima stagione), cantate dal cast che è davvero fantastico e non sfigura mai nemmeno davanti alle più alte celebrità. Psych è una serie godibile per chiunque, ma particolarmente consigliata ai cinefili che amano cogliere riferimenti e citazioni. Potete trovare tutte le otto stagioni su Amazon Prime. Buona visione!

Into the Woods

Titolo: Into the Woods

Anno: 2014

Regia: Rob Marshall

Cast: Emily Blunt, Anna Kendrick, Meryl Streep, Johnny Depp, Chris Pine, Tracey Ullman, Christine Baranski

Genere: musical

Dove trovarlo: Disney Plus

Cappuccetto Rosso deve portare i dolci alla nonna; Cenerentola si reca sulla tomba della madre per esprimere un desiderio; Jack deve vendere la sua mucca al mercato; il panettiere e sua moglie devono spezzare la maledizione di una strega; il Lupo Cattivo cerca la sua cena. E tutti devono attraversare il bosco. Rob Marshall, veterano del musical cinematografico (Chicago, Nine) realizza questa trasposizione per lo schermo dello spettacolo teatrale di James Lapine e Steven Sondheim con un cast stellare di veterani ed esordienti. L’idea di base di creare una storia unica che metta insieme fiabe diverse è accattivante ma non semplice da realizzare, eppure la trama regge bene fino alla fine, cosa che invece purtroppo non si può dire del ritmo. Il film infatti è diviso, in modo fin troppo netto e didascalico, in due parti: la prima, più divertente e con le canzoni più trascinanti, in cui i personaggi fanno esattamente quello che ci si aspetta; la seconda in cui invece rompono gli schemi, maturano e diventano migliori, anzi, eroi, ma vengono a mancare verve e ironia (tace anche la voce narrante esterna del panettiere). Eccezion fatta per questa morale troppo lunga, il film è molto bello, divertente, quasi tutto cantato (questo potrebbe essere un difetto per chi non ama il genere musical), e riutilizza in modo originale spunti che stanno rischiando in questi anni di diventare abusati. Johnny Depp ritorna al musical, sempre per Steven Sondheim, a sette anni dal meraviglioso Sweeney Todd, e in pochi minuti offre un’interpretazione sopraffina del Lupo Cattivo. La vera rivelazione è Emily Blunt, che si cimenta nel canto per la prima volta con risultati eccellenti (tanto che diventerà la nuova Mary Poppins quattro anni dopo) e regge sulle sue spalle l’intero film, pur avendo un personaggio apparentemente secondario (la moglie del fornaio), cui però riesce a dare tutte le sfumature possibili. Chris Pine ci regala, insieme a Billy Magnussen, la canzone più divertente del film, Agony, cantata dai due principi azzurri: una vera chicca. Meryl Streep, non c’è bisogno di dirlo, interpreta come meglio non si può la Strega Cattiva. Per apprezzarla fino in fondo consiglio gli extra, che Disney Plus offre per molti dei suoi contenuti, con interviste al cast e un numero musicale scritto da Steven Sondheim appositamente per il film ma poi eliminato in fase di montaggio.

Voto: 3 muffin