St. Vincent

Anno: 2014

Regia: Theodore Melfi

Interpreti: Bill Murray, Melissa McCarthy, Naomi Watts, Chris O’Dowd, Terrence Howard, Jaeden Martell

Dove trovarlo: Prime Video

Maggie (Melissa McCarthy) si trasferisce in un’altra città con il figlio adottivo Oliver (Jaeden Martell) dopo una dolorosa separazione dal marito infedele. Il nuovo lavoro la tiene lontano da casa per la maggior parte della giornata, così, non conoscendo nessuno, incarica il vicino brontolone Vincent (Bill Murray) di badare al figlio in sua assenza. Maggie però non può sapere che Vincent è un giocatore d’azzardo, bevitore, fumatore e frequentatore di bar e prostitute… Ben presto però il piccolo Oliver inizia a rendersi conto che l’apparenza, riguardo al suo improbabile babysitter, è quanto mai ingannevole.

Se mi fossi informata meglio su questo film non avrei mai scelto di vederlo. Infatti il regista (Theodore Murphy) e una parte importante del cast (Melissa McCarthy e Chris O’Dowd) accomunano questo film a un altro che non mi è piaciuto per niente, Il Nido dello Storno (The Starling). Non sono sicura che la presenza dell’ottimo Bill Murray nei panni del protagonista sarebbe stata sufficiente a convincermi, perchè anche in Il Nido dello Storno era presente un attore a me molto caro, Kevin Kline, che però non riusciva a salvare un film molto triste e pesante con un terribile uccellino in CGI. Invece, per fortuna, non sapevo proprio  nulla di questo film, e il faccione di Bill Murray sulla locandina da solo mi ha convinto a schiacciare “Play” in una serata in cui cercavo qualcosa di leggero e simpatico da vedere. E devo dire di essere stata accontentata. Innanzitutto qui non ci sono animali in pessima CGI ma solo un animale vero, un gattone bianco, che è l’unico amico del burbero Vincent. Melissa McCarthy questa volta non deve combattere pennuti dispettosi ma si ritrova invece alle prese con i problemi quotidiani di moltissimi genitori neo-single, e in questo ruolo sa essere convincente. Anche Chris O’Dowd, che ho scoperto con la divertentissima serie britannica IT Crowd, ha un ruolo molto bello, quello del prete cattolico (ma di mentalità aperta) che insegna nella nuova scuola del piccolo Oliver: impossibile non desiderare di averlo avuto come insegnante. Ottima l’interpretazione del giovane Jaeden Martell nei panni di Oliver, il bambino maturo ed erudito che si fa voler bene da tutti, perfino dal bullo della scuola, e che con la sua intelligenza acuta riesce a smascherare il burbero Vincent. Il mattatore Bill Murray infatti dà vita a un personaggio piuttosto classico, che fa pensare al classico “brontolone che si intenerisce” di Walter Matthau, ma che presenta anche molte sfaccettature e ha un’evoluzione non imprevedibile ma che si segue, grazie alla bella sceneggiatura (opera dello stesso regista, Theodore Murphy), con autentico trasporto, ridendo e versando qualche lacrimuccia dove serve. Naomi Watts riesce a brillare di splendore e carisma anche nel ruolo della prostituta straniera e incinta, mentre troviamo Terrence Howard (il poliziotto del film Four Brothers) nel ruolo dell’amichevole strozzino di quartiere. St. Vincent (“San Vincent”, titolo con un significato ben preciso che non spiego per non rovinare la visione) non esiste certo per raccontare “tutta la verità e niente altro che la verità”: si tratta piuttosto di una bella favola, ma una di quelle favole che, se prestiamo attenzione al nostro vicino un po’ bizzarro e maleducato, potrebbe diventare realtà per ognuno di noi; una visione che rilassa, fa sorridere e riscalda il cuore, senza alcuna velleità artistica né pedagogica. Cioè proprio quello di cui, certe sere, tutti noi, cinefili e non, abbiamo bisogno.

Voto: 3 Muffin

Altered – Paura dallo Spazio Profondo

Titolo originale: Altered

Anno: 2005

Regia: Eduardo Sànchez

Interpreti: Adam Kaufman, Catherine Mangan, Brad William Henke, Michael C. Williams, Paul McCarthy-Boyington, James Gammon

Dove trovarlo: Prime Video

Tre uomini armati si trovano nel bosco per una battuta di caccia. Fin qui, niente di strano. Però è notte fonda, e le armi che utilizzano sono bizzarre (come l’arpione da lancio). Ben presto infatti capiamo che non stanno dando la caccia a un animale. Ma neppure ad un essere umano. In breve tempo i tre catturano e imprigionano un alieno. Subito decidono di portarlo a casa di un comune amico, Wyatt (Adam Kaufman), che di queste cose se ne intende più di tutti. Wyatt infatti sa che non possono assolutamente uccidere l’extraterrestre, oppure il suo popolo sterminerebbe in men che non si dica l’intera razza umana. L’alieno, però, è furbo, e forte, e ha poteri psichici… e tutti quanti sembrano avere con esso un conto in sospeso….

Non posso iniziare questa recensione senza ringraziare Lucius, del blog Il Zinefilo, per avermi fatto scoprire (dopo averlo scovato tra le bancarelle romane) questo gioiellino del genere fantascientifico, ingiustamente ignorato dalla grande distribuzione nonostante il regista, Eduardo Sanchez, abbia al suo attivo anche opere celebri come The Blair Witch Project e il suo sequel. Si tratta infatti di un film che, sebbene non contenga astronavi nè spade laser, appartiene alla branca che più amo del genere fantascientifico, cioè quella che riflette sull’essenza dell’essere umano. Altered si svolge quasi interamente in un unico ambiente (il garage di Wyatt) e con un pungo di attori, ma grazie a un ottimo lavoro di scrittura dei personaggi riesce a creare delle dinamiche e un’atmosfera che catturano lo spettatore dall’inizio alla fine. Il titolo, traducibile in italiano con “alterato, modificato” non si può spiegare senza anticipare alcuni risvolti della trama: posso però dire che ho amato molto la situazione in stile La Cosa di John Carpenter, in cui cioè i personaggi sanno con certezza che il nemico è tra di loro e che non ci si può fidare di nessuno, ma proprio di nessuno. Alcune scene sono piuttosto crude e impressionanti, per cui sconsiglio la visione a chi sia particolarmente sensibile o impressionabile; in ogni caso permettono di ammirare la maestria del reparto trucco ed effetti del film, che ha fatto un lavoro sontuoso con l’extraterrestre, ma anche con le mutazioni fisiche degli esseri umani. Altered non è affatto un film da bancarella, ma al contrario un film di fantascienza di impianto teatrale molto ben realizzato e interpretato che coinvolge dall’inizio alla fine.

Voto: 3 Muffin

Fallout – Stagione 1

Anno: 2024

Interpreti: Ella Purnell, Aaron Moten, Walton Goggins, Moises Arias, Kyle MacLachlan, Matt Berry

Dove trovarla: Prime Video

In un futuro post apocalittico, gli americani benestanti si sono rifugiati in bunker sotterranei chiamati Vault, dove hanno vissuto un’esistenza pacifica in attesa che il livello di radiazioni permettesse di ritornare in superficie. Quando però suo padre Hank (Kyle MacLachlan) viene rapito, la giovane Lucy (Ella Purnell) deve farsi coraggio e uscire dal Vault per la prima volta per salvarlo. Sulla sua strada incontrerà personaggi vissuti, a differenza di lei, nel crudele mondo contaminato della superficie, come il membro della Confraternita Maximus (Aaron Moten) o il ghoul bicentenario Cooper (Walton Goggins).

La serie Fallout è basata su una serie di videogiochi di grandissimo successo, a cui io però non ho mai giocato, perciò non posso che valutare la serie per se stessa. L’ho trovata molto interessante nell’ambientazione (derivata come si diceva dal videogioco), nella caratterizzazione dei personaggi e delle dinamiche tra di loro, ma soprattutto nel delineare uno scenario sì avventuroso e fantasioso, ma anche del tutto credibile, utilizzando sapientemente il flashback e l’alternanza del focus per creare anche una certa tensione narrativa che in alcuni punti diventa addirittura suspense. Non facciamo fatica a credere che gli esseri umani possano essere in grado di arrivare a certi livelli di atrocità, ma allo stesso tempo è dolce pensare che invece alcune persone, seppur sottoposte a indicibili pene e sofferenze, possano mantenere la positività, l’altruismo e l’empatia verso il prossimo. La buona e ingenua Lucy è una perfetta protagonista, ma non potrebbe reggere l’intera storia sulle sue spalle. Ed ecco quindi entrare in gioco il codardo e bugiardo Maximus, che però non cede alla malvagità, e il disincantato ghoul Cooper (un Walton Goggins che, pur sotto il pesante trucco, ruba la scena a tutti gli altri), costretto dalle circostanze a trasformarsi nel cowboy cinico e spietato che interpretava sul grande schermo quando ancora era un essere umano. Mi sono particolarmente affezionata al personaggio di Norman, il fratello minore di Lucy, interpretato da Moises Arias, che tanto mi aveva divertito con il suo incontenibile Rico nella serie Disney Plus Hanna Montana. Norman è tanto intelligente quanto codardo, ma il desiderio di verità lo porterà a vincere la paura e a svelare un mistero sconvolgente. Tutti i personaggi, anche quelli minori, sono ben costruiti, e quelli principali hanno un’importante evoluzione nel corso della storia, portandoci a provare interesse per ciò che accade loro e curiosità verso le scelte che dovranno compiere. Avrei preferito una serie autoconclusiva, ma la seconda stagione è già stata annunciata: torneremo quindi nel mondo di Fallout, da una parte ritrovando con gioia i personaggi (e gli attori, come un Kyle MacLachlan cui sono irrimediabilmente affezionata dalla visione di Twin Peaks), dall’altra con il timore che la magia possa svanire se verranno portati avanti oltre al loro arco narrativo naturale. In ogni caso, e mai come in questo caso, chi vivrà vedrà.

Road House

Titolo originale: Road House

Anno: 2024

Regia: Doug Liman

Interpreti: Jake Gyllenhaal, Conor McGregor, Billy Magnussen

Dove trovarlo: Prime Video

Dalton (Jake Gyllenhaal) è un ex pugile senza lavoro, affetti né ambizioni, che vive alla giornata con combattimenti clandestini e non sembra avere uno scopo nella vita. Questo fino a quando Frankie (Jessica Williams) non gli propone di lavorare per lei come buttafuori nel suo locale, Road House. Dalton, che inizialmente non sembra interessato, decide invece di accettare la sua proposta, senza sapere che il figlio di un boss locale (Billy Magnussen) ha deciso di mettere le mani ad ogni costo su Road House.

Un giorno forse gli psicanalisti studieranno questa particolare forma di psicopatologia: quando mi trovo a scegliere un film in piena libertà, inevitabilmente ne trovo uno con Jake Gyllenhaal. Non posso proprio farne a meno! In alcuni casi mi va molto bene; in altri è un completo disastro o una tremenda sofferenza; altre volte è una vera sorpresa; oppure un trauma indelebile. Nonostante questo persisto nella mia idiosincrasia. Questa volta, però, devo dire che mi è andata davvero bene!

Non ho visto l’originale Il Duro del Road House, film del 1989 con Patrick Swayze come protagonista, perciò non sono in grado di fare paragoni tra i due film. Mi limito quindi a parlare di questo Road House appena uscito su Prime Video, la cui trama è semplice, anzi direi quasi archetipica, tanto che il film la condivide con, per fare alcuni esempi di film di diverso genere ma con la stessa storia di base, Altrimenti ci Arrabbiamo o Herbie il Maggiolino sempre più Matto. Per questo ho apprezzato molto la scelta del tono ironico, che rende il film molto gradevole e scorrevole, e che non avrei mai associato a un regista come Doug Liman (The Bourne Identity, Edge of Tomorrow). Già dal fatto che Dalton si trovi a fare in buttafuori in un roadhouse (un locale tipico degli USA) che si chiama Road House e dorma in una barca di nome “Barca” (“Boat”) ci fa capire che ci troviamo in una specie di fiaba, in cui nulla di veramente brutto può accadere. L’atmosfera disneyana poi mi si è palesata ancora di più nella scena in cui il villain di turno (Billy Magnussen, che non a caso era il Principe Azzurro del musical Into the Woods) si fa sbarbare da uno scagnozzo sul ponte della sua nave – e le somiglianze con Peter Pan non si fermano qui ma non voglio rovinare una delle scene più divertenti del film.

Un’altra cosa che mitiga il realismo di questo film è il modo di mostrare i combattimenti: ogni volta che due persone si colpiscono, la scena è ritoccata in CGI, dando l’effetto di trovarsi in un videogioco. E questo nonostante Jake Gyllenhaal si sia sottoposto a un allenamento durato più di un anno per poter sfoggiare i muscoli che vediamo nel film, come ci racconta lo special di Men’s Health disponibile su Youtube (ringrazio di cuore Lucius Etruscus del Zinefilo per questo suggerimento!), e nonostante il suo principale avversario sia Conor McGregor, campione di MMA e pugile professionista. In ogni caso, preferendo di gran lunga l’ironia e la bonarietà (Dalton viene soprannominato dai cattivoni “Smile Man” perchè, in effetti, sorride sempre) alla violenza gratuita e autocompiaciuta, io ho molto apprezzato il film, che di certo non inventa nulla ma si fa guardare volentieri e lascia soddisfatti dopo la visione.

Voto: 3 Muffin

Ricky Stanicky

Titolo originale: Ricky Stanicky

Anno: 2024

Regia: Peter Farrelly

Interpreti: John Cena, Zac Efron, William H. Macy

Dove trovarlo: Prime Video

Dean (Zac Efron), JT (Andrew Santino) e Wes (Jermaine Fowler) sono amici da sempre, e da sempre condividono un bizzarro segreto: un quarto amico, Ricky Stanicky, che ogni tanto ha bisogno di loro e li manda a chiamare con urgenza. Peccato però che Ricky Stanicky non esista! Altro non è che un escamotage utilizzato dai tre quando vogliono allontanarsi per un po’ da mogli, compagni e responsabilità per potersi divertire come quando erano giovani. Quando le loro famiglie iniziano a chiedere a gran voce di incontrare questo famoso Ricky, ai tre amici non resta che confessare tutto… oppure ingaggiare un attore scarso, volgare e alcolizzato per interpretare Ricky Stanicky! Cosa potrebbe andare storto?

L’idea di base del film, quella dell’amico immaginario da poter sfruttare in caso di necessità, non è certo nuova: Oscar Wilde in persona, nel suo meraviglioso testo teatrale The Importance of Being Earnest, ci racconta che il personaggio di Algernon (che nel bellissimo film che Oliver Parker ne ha tratto è interpretato da Rupert Everett) ha inventato un caro vecchio amico, Bunbury, la cui cagionevole salute lo costringe sovente ad evitare noiosi eventi mondani. Wilde fa utilizzare addirittura ai suoi personaggi il sostantivo “Bunburism” per descrivere questo genere di stratagemma furbesco, che inevitabilmente porta a fraintendimenti ed equivoci di vario genere.

Tuttavia, anche se la trama non è così originale, il film mi ha lasciata molto soddisfatta, divertita e allietata, il che non è certo poco. In particolar modo ho apprezzato l’uso intelligente della comicità, anche di quella meno raffinata, per cui mi sono sempre trovata sorpresa e divertita. Questo è un crisma caratteristico dei fratelli Farrelly (anche se qui troviamo solamente Peter alla regia), che però non sempre mi hanno saputa conquistare con il loro umorismo: in questo caso, obiettivo centrato in pieno. Fin dall’inizio della storia, quando capiamo che i tre amici sono sì complici nella “truffa Stanicky”, ma che ciascuno non manca di utilizzare il buon vecchio Ricky a suo esclusivo vantaggio se ne ha l’occasione, si capisce che il film ha voluto scavare un po’ nei personaggi per dare loro differenziazione e spessore, presentandoceli in modo più realistico, il che rende più facile affezionarsi a loro e appassionarsi alle loro vicissitudini. Gli attori sono tutti adeguati – compreso uno Zac Efron per una volta a torso coperto e senza sottofondo musicale – gli scambi tra i personaggi e le scene divertenti, l’evolversi della vicenda spassoso. Inutile dirlo, il vero mattatore della storia è John Cena, che, a differenza della Notte degli Oscar, qui compare non solo vestito, ma anche con vari bizzarri travestimenti, uno migliore dell’altro (“Costumes are SO important!”). Il suo personaggio è molto ben costruito e si evolve in maniera non del tutto attesa, divertendo, deliziando e perfino commuovendo. 

Nota di merito anche per William H. Macy, in un ruolo secondario ma fondamentale. Ricky Stanicky è senza dubbio una commedia senza pretese, ma proprio per questo è divertente e lascia sereni e soddisfatti. Concludo con una piccola nota: non avrei mai pensato di ridere così tanto per una scena (in cui nulla viene mostrato, ovviamente) di circoncisione! 

Voto: 3 Muffin

13 – Se perdi…muori

Titolo originale: 13

Anno: 2010

Regia: Géla Babluani

Interpreti: Sam Riley, Alexander Skarsgard, Jason Statham, Mickey Rourke, Michael Shannon

Dove trovarlo: Prime Video

La famiglia di Vince (Sam Riley) ha appena dovuto ipotecare la casa per pagare un’operazione chirurgica al padre, quando arriva la notizia della necessità di un nuovo intervento. Poco dopo, mentre Vince sta riparando un impianto elettrico, sente il proprietario di casa parlare della possibilità di guadagnare moltissimi soldi in poco tempo grazie a una busta che ha appena ricevuto. Quando l’uomo il giorno dopo viene trovato morto per un’overdose, Vince si ricorda della lettera, se ne impossessa e decide di tentare di guadagnare quel denaro per salvare la vita al padre. Si ritrova così coinvolto in un gioco spietato, in cui ogni nuova manche potrebbe costargli la vita…

Per prima cosa, il titolo originale del film è semplicemente 13, e ho trovato completamente inutile l’aggiunta dei titolisti italiani “ – Se perdi muori”; anzi, a dirla tutta, sarebbe il contrario: “Se muori, perdi”. Infatti il giovane Vince (buona l’interpretazione di Sam Riley) si ritrova giocatore di una sorta di roulette russa a più giocatori, con contorno di scommettitori cinici, abbienti e senza scrupoli. Ma, sebbene la trama si riassuma in poche righe, ho trovato il film molto coinvolgente e ho seguito con grande interesse la sfida e le sorti dei vari personaggi di contorno, ognuno sufficientemente caratterizzato (ci sono anche alcuni – non troppi – flashback) da sollevare curiosità per le sue sorti. Caso non unico ma raro, 13 è un remake di un film dello stesso regista, Géla Babluani, 13 Tzameti, uscito nel 2005, che non ho visto ma con il quale sarebbe sicuramente interessante fare un confronto.

Vari attori famosi compaiono in questo film, non in camei ingannevoli ma in ruoli piccoli eppure importanti: Alexander Skarsgard ha il compito di fare da babysitter/mentore a Vince durante il gioco; Mickey Rourke è un avversario di Vince dal passato misterioso ma di certo burrascoso; Michael Shannon è l’implacabile giudice e arbitro del gioco; 50 Cent è uno scagnozzo poco raccomandabile (e poco furbo); Jason Statham è un veterano che continua a far partecipare al gioco il fratello con problemi psichiatrici nel tentativo di arricchirsi con le scommesse, e in questo film non tira nessun calcio, nessun pugno, e non spara a nessuno, diversamente dal suo solito.

13 non ha alcuna pretesa, vuole essere un puro intrattenimento senza velleità artistiche e senza messaggi o sottotesti: e riesce al 100% nell’intento, risultando un buonissimo film senza fronzoli per chi ama il genere e desidera passare una serata non impegnativa ma con la giusta dose di tensione e intrattenimento.

Importante: consiglio se possibile la visione in lingua originale, perchè nel doppiaggio italiano le performance dei molti attori famosi risultano completamente appiattite; inoltre, a causa di una terrificante scelta di doppiatore (Alessio Ward, figlio di Andrea, che è il fratello di Monica e Luca) l’aitante e glaciale Alexander Skarsgard in questo film parla come il Puffo Tontolone.

Voto: 3 Muffin

I Love my Dad

Anno: 2022

Regia: James Morosini

Interpreti: Patton Oswalt, James Morosini, Claudia Sulewski

Dove trovarlo: Prime Video

L’impiegato divorziato Chuck (Patton Oswalt) le ha sbagliate proprio tutte: lavoratore svogliato, bugiardo compulsivo, amante appena accettabile, padre assente. Eppure lui desidererebbe stare più vicino al figlio Franklin (James Morosini), ma il ragazzo, stanco delle sue continue bugie, lo ha perfino bloccato su internet, e non risponde alle sue chiamate. Come poter rientrare in contatto con il figlio? Chuck decide di creare un profilo social fasullo, fingendosi una bella ragazza, per poter sapere cosa sta succedendo nella vita di Franklin: cosa potrebbe andare storto?

Ho già parlato di Patton Oswalt e di quanto mi piaccia come comico. Ma in I Love my Dad non c’è molto da ridere. Non per questo però si tratta di un film triste o deprimente, piuttosto gli aggettivi che gli assocerei sono “imbarazzante” e “disturbante”, ma anche “tenero” e “positivo”. Chuck è un uomo che ha fatto tutti gli sbagli possibili nella vita, e non ha alcuna intenzione di smettere. La sua decisione di fingersi una bella e giovane ragazza per instaurare un rapporto con il figlio è palesemente sbagliata sotto ogni punto di vista, e questo gli viene anche fatto notare, ma non per questo lui demorde: l’amore per il figlio gli toglie qualunque raziocinio (ammesso che Chuck ne avesse mai avuto) e lo acceca, portandolo a dire e fare cose assolutamente non ortodosse e deprecabili. Eppure, eppure, nonostante durante la visione provassi imbarazzo per ogni sua azione, essendo mamma in qualche modo sentivo di capire, se non le sue decisioni, almeno il suo stato d’animo. Non si tratta di un film leggero, e non si tratta nemmeno della denuncia scontata del pericolo dei rapporti via social: I Love my Dad non è altro che un ritratto, per quanto paradossale, di un genitore il quale per amore del figlio, che si trova in un momento di grandissima difficoltà emotiva, è disposto (letteralmente) a qualunque cosa, pur sapendo di correre anche il rischio di perderlo per sempre. Il giovane James Morosini, che interpreta benissimo il personaggio complesso di Franklin, è anche regista e sceneggiatore del film, e riesce a conferirgli freschezza e sincerità, rendendolo realistico anche nelle scene surreali e mai noioso per come i dialoghi via social vengono messi in scena. Non voglio anticipare nulla riguardo al finale, ma devo dire che l’ho trovato molto soddisfacente nell’economia del film.

Non mi sento di consigliare questo film a tutti, perchè assistere al corteggiamento, anche se mascherato, tra padre e figlio risulta a tratti davvero molto disturbante, però dico che il film è ben fatto, ben scritto e recitato, con personaggi realistici cui ci si affeziona; inoltre sceglie di affrontare in un modo per niente facile un tema complesso come il rapporto tra genitori e figli, vincendo secondo me la sfida.

Consiglio però, per chi volesse conoscere meglio Patton Oswalt, di vedere piuttosto i suoi spettacoli, in cui dà sicuramente il meglio di sè.

Voto: 2 Muffin

The Office

Anno: 2005 – 2013

Interpreti: Steve Carell, John Krasinski, Jenna Fischer, Rainn Wilson, B.J. Novak, Ed Helms

Dove trovarlo: Prime Video

The Office (“L’Ufficio) è una serie tv statunitense, remake di una serie britannica ideata da Ricky Gervais, che racconta sotto forma di documentario con interviste ai protagonisti la vita di ogni giorno degli impiegati della Dunder Mifflin, azienda produttrice di carta di Scranton. Ci troviamo così a seguire le vicissitudini di persone comuni alle prese con scartoffie, clienti, colleghi e, soprattutto, con un capo davvero particolare: Michael Scott.

Ho amato fin da subito la formula del documentario, per cui gli impiegati della Dunder Mifflin sono ripresi e registrati ogni giorno sul posto di lavoro (e non solo), e inoltre vengono intervistati in presa diretta riguardo agli avvenimenti dell’ufficio, che inevitabilmente si intrecciano con quelli delle loro vite personali. Scherzi, amori, amicizie, rivalità, bizzarrie, nulla sfugge alle telecamere! Il vero cuore pulsante dell’ufficio, e della serie, è l’incontenibile, scorretto, ingenuo e malizioso Michael Scott, magistralmente interpretato dal Steve Carell. Il capo che nessuno vorrebbe mai avere, che pensa più alla sua vita sentimentale che al lavoro, non perde occasione per esibirsi, non ha alcun senso del pudore e della misura e mette sempre in imbarazzo tutti, se stesso in primis. Eppure, eppure, è proprio quando il personaggio di Michael lascia la serie che questa perde il suo mordente. Non bastano nemmeno le sfide tra Dwight Schultz (Rainn Wilson) e Jim Halpert (John Krasinski), senza dubbio l’elemento più divertente della serie, per dare alle ultime stagioni il brio degli inizi. Sono arrivata con una certa fatica al termine dell’ultima stagione, ma ne è comunque valsa la pena, perchè quel finale in cui si tirano le fila di tutto mi ha sinceramente commossa. Ho già raccontato che mi sono anche sognata questa serie di notte, no?

Una sitcom con ritmo e brio diseguale, con puntate divertentissime e puntate mosce, con tantissimi personaggi che, inevitabilmente, non risultano tutti allo stesso modo simpatici o interessanti, anche se gli interpreti si dimostrano sempre all’altezza. In molti mi hanno detto di aver visto alcune puntate ed aver interrotto, non trovando la serie divertente; questo però non è successo a me, che ho divorato le prime stagioni e fatto alcune profonde risate di pancia, affezionandomi a quell’ufficio sgangherato e a quegli impiegati che tutto hanno in mente tranne che la carta.

Consiglio a tutti di vedere almeno un paio di puntate: se l’umorismo cattura, allora invito a procedere a passo spedito fino alla fine, perchè ci sono in serbo molte sorprese e molte risate. Il tutto poi è condito da un gran numero di guest star di eccezione (Amy Adams, Jim Carrey, James Spader, Will Ferrell, ma soprattutto l’immensa Kathy Bates) e da battute che, inevitabilmente, entreranno nel vostro modo di esprimervi (“That’s what she said”).

Gioco di Ruolo

Titolo originale: Role Play

Anno: 2024

Regia: Seth W. Owen

Interpreti: Kaley Cuoco, David Oyelowo, Bill Nighy, Connie Nielsen

Emma (Kaley Cuoco) apparentemente vive una vita normale, felice e serena con il marito, il figliastro e la figlia. Ma quando il marito Dave (David Oyelowo) verrà a scoprire che la sua dolce mogliettina è in realtà una killer prezzolata professionista la loro vita non sembrerà più tanto normale…

Quando ho letto la trama di questo film, la mia speranza era quella di vedere una specie di True Lies, una commedia di spie che non si prendesse troppo sul serio, e riponevo grande speranza nella partecipazione del bravissimo e simpaticissimo attore inglese Bill Nighy. Ahimè quanto mi sbagliavo! Ho sbattuto la faccia contro un film che si prende sempre dannatamente sul serio senza averne assolutamente alcun motivo. Nessuna battuta, nessuna scena divertente, e il povero Bill ha recitato evidentemente col tassametro ed è uscito di scena in un battito di ciglia. Si può salvare qualcosa di questo film? Pensandoci bene, direi di no. La sceneggiatura, se c’era, era scritta su un fogliettino come i messaggi dell’Ispettore Gadget e si deve essere autodistrutta il primo giorno di riprese. Kaley Cuoco, la simpatica Penny della serie Big Bang Theory, qui in veste di protagonista e produttrice, non riesce a essere convincente né come assassina (anche se cambia davvero molte parrucche nel tentativo), né come mamma, né come moglie innamorata, e tanto meno come donna desiderosa di rinfocolare la passione con il marito tramite un gioco di ruolo, la finzione di essere persone diverse per una sera. L’idea è semplice, ma poteva portare a qualcosa di carino e divertente: purtroppo non è stato così. 

David Oyelowo, che interpreta il marito stupefatto e ingannato, per tutto il tempo non è altro che un cucciolone obbediente e innamorato, per nulla o quasi disturbato dalla scoperta della vita segreta della moglie assassina. Tutti gli altri non sono che tappezzeria, personaggi privi di motivazione, spessore o intenzioni, che si muovono senza costrutto in una trama inconsistente e agiscono senza intenzionalità di sorta. Non ci è nemmeno lasciato il gusto di vedere qualche location esotica o mondana, come accadeva nella saga di 007: qui tutto è girato in interni oppure in una stramba baracca in un buco per terra nella Foresta Nera (!). Ma l’insulto finale è l’incapacità del regista Seth W. Owen (la W. sta per Why? Perché non un altro mestiere?) e del suo direttore della fotografia Maxime Alexandre di produrre inquadrature dove le cose siano a fuoco. Per tutto il film (peggiorando nella seconda parte) tutto è fuori fuoco: personaggi, ambienti, perfino i primi piani! Alla fine il mal di mare è inevitabile.

Consiglio a tutti di evitare questo film, che dovrebbe essere un leggero svago e invece produce solo un vago fastidio.

Voto: 1 Muffin ipocalorico

Tuo marito ha appena detto di chiamarsi come il protagonista di Titanic o sbaglio?

Il Colpo della Metropolitana

Titolo originale: The Taking of Pelham One Two Three

Anno: 1974

Regia: Joseph Sargent

Interpreti: Walter Matthau, Robert Shaw, Martin Balsam, Hector Elizondo, Julius Harris, Jerry Stiller

Dove trovarlo: Prime Video

Un vagone della metropolitana di New York viene dirottato da 4 uomini, che si chiamano tra di loro usando dei nomi in codice: Mr. Brown, Mr. Grey, Mr. Green e Mr. Blue. I malviventi chiedono un riscatto di un milione di dollari entro un’ora, altrimenti inizieranno a uccidere gli ostaggi, i passeggeri della metropolitana.

Un pomeriggio ero ammalata, ed ero andata su Prime Video per cercare un filmetto tranquillo e rilassante, quando mi sono imbattuta in un film con Walter Matthau che, secondo la piattaforma, si intitolava “Colpa della Metropolitana”. Nella mia mente già mi immagino questo romantichello in cui il burbero Matthau trova inaspettatamente l’amore sui trasporti pubblici newyorkesi… Ma si trattava solamente di un refuso, e il film era Il Colpo della Metropolitana: altro che romantichello! Azione, tensione, pericolo… Nonostante fossi febbricitante, il film mi ha tenuto non solo sveglia, ma anche incollata allo schermo per tutto il tempo, divorata dalla curiosità di scoprire se i quattro variopinti gangster l’avrebbero fatta in barba al tenente Garber e se gli ostaggi si sarebbero salvati o meno. La trama è semplice, ma costruita in modo impeccabile e molto avvincente; i personaggi, anche quelli minori, sono incisivi e caratterizzati, anche grazie al superbo cast che non si risparmia per niente. 

I quattro criminali hanno non solo ruoli ma anche caratteri molto diversi (menzioni speciali per il capo, Robert Shaw, e per l’ex macchinista della metro Martin Balsam, due grandi attori per due bellissimi personaggi), e le dinamiche tra di loro sono tanto appassionanti quanto quelle tra i vari comparti delle forze pubbliche che devono contrastarli. Walter Matthau, famoso come protagonista di commedie, ruba la scena a tutti anche in un ruolo drammatico. Sottolineo però che uno dei punti di forza del film è anche l’aver trovato il perfetto equilibrio tra suspense e umorismo, inserendo alcune scene e situazioni davvero buffe (come la visita del gruppo di giapponesi o il sindaco di new York costretto a gestire l’emergenza dal suo letto di influenzato) senza però mai spezzare la tensione, che corre lungo tutto il film e che si impenna quando ci si rende conto che i dirottatori non si fanno scrupoli ad uccidere. Non sono affatto stupita del fatto che sia stato fatto un remake di questo film nel 1998, e anche se non ho prove sono sicura che il fatto che Le Iene di Quentin Tarantino usassero anche loro i colori come pseudonimi non sia una coincidenza, sapendo che Tarantino è un cinefilo onnivoro. Un film invecchiato magnificamente, coinvolgente e carico di tensione, che si guarda con enorme gusto e piacere. Consigliato a tutti gli amanti del genere thriller/poliziesco/heist, e anche a molti registi che oggi tentano di realizzare prodotti simili ma falliscono miseramente: questa è scuola di cinema!

Voto: 4 Muffin